La scuola secondo Vittorio di Daniela Litti
La scuola secondo Vittorio
Da sempre, per tutti è il "professore". Vittorio
Catanzaro ha attraversato tutta la scuola sancesariana del secondo Novecento.
Per la prima volta, adesso, è lui a rispondere a delle domande...
di Daniela Litti
Ripercorrendo con la memoria gli anni della scuola, la prima
della nostra vita, quella elementare, ad intere generazioni, quelle che vanno
dai venticinque anni, fino ai quaranta e passa, non può non tornare in mente la
figura di un uomo che in quella scuola faceva il maestro, anzi il “professore",
come si usa con gli uomini che fanno questo mestiere. Il portamento distinto ed
elegante, lo sguardo serio, mettevano addosso una certa soggezione, conferendogli
un'aria severa, ma bonaria. L'ho rivisto solo pochi giorni fa Vittorio
Catanzaro, e nell'aspetto non si discostava poi tanto dal ricordo conservato da
bambina. Il passaggio degli anni ha toccato forse il fisico ma non ha alterato
i tratti salienti della sua personalità. Mi accoglie nel suo studio leggendomi
innanzitutto una sorta di memoriale della sua lunghissima carriera, scritto a
mano su alcuni fogli di carta.
Lei è considerato una
specie di istituzione della scuola a San Cesario. Di lei tutti conservano un
ricordo a prescindere se siano stati suoi alunni o meno. Come mai ha scelto di
fare il maestro? Per un uomo non era e non è ancora oggi un mestiere usuale.
Perché amavo i bambini e vedevo l'insegnamento come un
miraggio. Ecco, era il mestiere che sognavo di fare. Ho cominciato come maestro
in una Scuola Popolare per adulti nel lontano 1950. Qualche anno dopo sono
stato immesso in ruolo nella scuola elementare in provincia di Taranto. Ho fatto
un po' il girovago poi sono arrivato a San Cesario nel 1958 e da qui non mi
sono più mosso.
Come definirebbe oggi
il suo modo di fare scuola, qual è stata la sua concezione del fare scuola?
Se un insegnante non ha le idee chiare non può fare bene
questo lavoro. L'insegnante deve amare la scuola e i ragazzi, perché la sua
professione non è come tante altre. Per me la scuola deve avvicinare i ragazzi
al sapere, al "come" apprendere il sapere. Il mio era un metodo
tradizionale, che considero ancora oggi il migliore, e posso dire che
attraverso di esso i miei alunni hanno imparato. Oggi sono contento in quanto
anche grazie al mio insegnamento tanti di loro si sono affermati con successo
nella vita e nel lavoro.
Chi considera come
suo maestro, colui che è stato importante per la sua formazione professionale?
Sicuramente tra i tanti direttori didattici che hanno
accompagnato la mia carriera un posto speciale è occupato dal direttore Nino De
Giorgi. La sua figura e il suo ricordo sono indelebili, era un uomo di grande
cultura, con la battuta sempre pronta e una frase adatta per tutte le
occasioni. Tra noi c'era una grande amicizia e un grande affiatamento.
Per lei che ha
attraversato oltre quarant'anni di scuola, e tutte le riforme che l'hanno
interessata, questa è cambiata in meglio o in peggio? Cosa la scuola di oggi
deve rimpiangere del passato?
Quello che posso dire è che con i Nuovi Programmi non mi ci
sono mai trovato bene. Non condivido assolutamente la scelta di rinunciare
all'insegnante unico. Il motivo è che la presenza di tanti insegnanti diversi
disorienta chi apprende, e impedisce di prendersi cura in maniera completa
dell'alunno. Oltre a questo della scuola del passato si rimpiange soprattutto
la buona educazione dei ragazzi. L'educazione era data prima dalla famiglia,
poi dalla scuola. In base alla mia esperienza posso dire che dalla fine degli
anni ottanta questo è venuto a mancare.
La sua severità era
proverbiale, era molto temuto dai suoi alunni. Che rapporto aveva con loro?
Ottimo. Sono stato molto severo, ma ero anche molto
affettuoso. Gli alunni mi volevano un gran bene. Lo dico senza retorica ma con
entusiasmo: oggi tanti di loro, anche non più giovanissimi, vengono ancora a
trovarmi. L'anno scorso trenta ex alunni, tra i quali per citare alcuni nomi
noti, Antonio Margiotta, Italo Signore, Giancarlo Ciricugno e altri, hanno
voluto ricordarmi con una festa. Per me è stata la gioia più grande.
Sui banchi delle sue
aule sono passate intere generazioni di ragazzi. Da quella che è la sua
esperienza come sono cambiati i ragazzi nella realtà del nostro paese?
Più che i ragazzi sono cambiate le famiglie. Prima i
genitori se un ragazzo si comportava male venivano a dirti testuali parole:
"Professore tanni!", cioè ti consentivano di usare punizioni corporali
così come usavano in famiglia. Oggi rischi una denuncia se sfiori un capello ad
un alunno. La famiglia non riesce più ad educare, la scuola si ritrova sola e
impotente. Ma non c'è neanche fiducia e rispetto per il ruolo degli insegnanti.
Quali sono i ricordi
più belli che conserva di quegli anni?
Al di là dei tanti episodi piacevoli o divertenti i ricordi
più belli per me sono i risultati. Vedere oggi tanti ragazzi essere divenuti
professionisti affermati, o persone attive nel mondo della politica e nella
società, è per me motivo di grande soddisfazione.
Ha nostalgia del suo
lavoro?
Un po' sì, perché l'ho fatto sempre con amore. Ero sempre il
primo ad arrivare a scuola: la mia ultima direttrice mi chiedeva come mai
arrivassi ogni giorno alle 7 e mezza, io non vedevo l'ora di essere lì.
Nell'anno in cui andai in pensione, il primo giorno di scuola, il 12 settembre
1990, così grande era il dispiacere di assistere a qualcosa a cui non potevo
più partecipare, che lasciai il paese e me ne andai al mare.
Sorprende un po',
caro professore, scoprire in lei, a distanza di tanto tempo, una carica umana e
una passione non comuni tra chi si è dedicato per anni ad un lavoro così
difficile come il suo. Fa quasi tenerezza, e mi viene spontaneo dirle grazie da
parte di tutti, anche di chi non è stato suo alunno.
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