La scuola secondo Vittorio di Daniela Litti

La scuola secondo Vittorio 
MAGGIO 2006
 
Da sempre, per tutti è il "professore". Vittorio Catanzaro ha attraversato tutta la scuola sancesariana del secondo Novecento. Per la prima volta, adesso, è lui a rispondere a delle domande...
di Daniela Litti

Ripercorrendo con la memoria gli anni della scuola, la prima della nostra vita, quella elementare, ad intere generazioni, quelle che vanno dai venticinque anni, fino ai quaranta e passa, non può non tornare in mente la figura di un uomo che in quella scuola faceva il maestro, anzi il “professore", come si usa con gli uomini che fanno questo mestiere. Il portamento distinto ed elegante, lo sguardo serio, mettevano addosso una certa soggezione, conferendogli un'aria severa, ma bonaria. L'ho rivisto solo pochi giorni fa Vittorio Catanzaro, e nell'aspetto non si discostava poi tanto dal ricordo conservato da bambina. Il passaggio degli anni ha toccato forse il fisico ma non ha alterato i tratti salienti della sua personalità. Mi accoglie nel suo studio leggendomi innanzitutto una sorta di memoriale della sua lunghissima carriera, scritto a mano su alcuni fogli di carta.
Lei è considerato una specie di istituzione della scuola a San Cesario. Di lei tutti conservano un ricordo a prescindere se siano stati suoi alunni o meno. Come mai ha scelto di fare il maestro? Per un uomo non era e non è ancora oggi un mestiere usuale.
Perché amavo i bambini e vedevo l'insegnamento come un miraggio. Ecco, era il mestiere che sognavo di fare. Ho cominciato come maestro in una Scuola Popolare per adulti nel lontano 1950. Qualche anno dopo sono stato immesso in ruolo nella scuola elementare in provincia di Taranto. Ho fatto un po' il girovago poi sono arrivato a San Cesario nel 1958 e da qui non mi sono più mosso.
Come definirebbe oggi il suo modo di fare scuola, qual è stata la sua concezione del fare scuola?
Se un insegnante non ha le idee chiare non può fare bene questo lavoro. L'insegnante deve amare la scuola e i ragazzi, perché la sua professione non è come tante altre. Per me la scuola deve avvicinare i ragazzi al sapere, al "come" apprendere il sapere. Il mio era un metodo tradizionale, che considero ancora oggi il migliore, e posso dire che attraverso di esso i miei alunni hanno imparato. Oggi sono contento in quanto anche grazie al mio insegnamento tanti di loro si sono affermati con successo nella vita e nel lavoro.
Chi considera come suo maestro, colui che è stato importante per la sua formazione professionale?
Sicuramente tra i tanti direttori didattici che hanno accompagnato la mia carriera un posto speciale è occupato dal direttore Nino De Giorgi. La sua figura e il suo ricordo sono indelebili, era un uomo di grande cultura, con la battuta sempre pronta e una frase adatta per tutte le occasioni. Tra noi c'era una grande amicizia e un grande affiatamento.
Per lei che ha attraversato oltre quarant'anni di scuola, e tutte le riforme che l'hanno interessata, questa è cambiata in meglio o in peggio? Cosa la scuola di oggi deve rimpiangere del passato?
Quello che posso dire è che con i Nuovi Programmi non mi ci sono mai trovato bene. Non condivido assolutamente la scelta di rinunciare all'insegnante unico. Il motivo è che la presenza di tanti insegnanti diversi disorienta chi apprende, e impedisce di prendersi cura in maniera completa dell'alunno. Oltre a questo della scuola del passato si rimpiange soprattutto la buona educazione dei ragazzi. L'educazione era data prima dalla famiglia, poi dalla scuola. In base alla mia esperienza posso dire che dalla fine degli anni ottanta questo è venuto a mancare.
La sua severità era proverbiale, era molto temuto dai suoi alunni. Che rapporto aveva con loro?
Ottimo. Sono stato molto severo, ma ero anche molto affettuoso. Gli alunni mi volevano un gran bene. Lo dico senza retorica ma con entusiasmo: oggi tanti di loro, anche non più giovanissimi, vengono ancora a trovarmi. L'anno scorso trenta ex alunni, tra i quali per citare alcuni nomi noti, Antonio Margiotta, Italo Signore, Giancarlo Ciricugno e altri, hanno voluto ricordarmi con una festa. Per me è stata la gioia più grande.
Sui banchi delle sue aule sono passate intere generazioni di ragazzi. Da quella che è la sua esperienza come sono cambiati i ragazzi nella realtà del nostro paese?
Più che i ragazzi sono cambiate le famiglie. Prima i genitori se un ragazzo si comportava male venivano a dirti testuali parole: "Professore tanni!", cioè ti consentivano di usare punizioni corporali così come usavano in famiglia. Oggi rischi una denuncia se sfiori un capello ad un alunno. La famiglia non riesce più ad educare, la scuola si ritrova sola e impotente. Ma non c'è neanche fiducia e rispetto per il ruolo degli insegnanti.
Quali sono i ricordi più belli che conserva di quegli anni?
Al di là dei tanti episodi piacevoli o divertenti i ricordi più belli per me sono i risultati. Vedere oggi tanti ragazzi essere divenuti professionisti affermati, o persone attive nel mondo della politica e nella società, è per me motivo di grande soddisfazione.
Ha nostalgia del suo lavoro?
Un po' sì, perché l'ho fatto sempre con amore. Ero sempre il primo ad arrivare a scuola: la mia ultima direttrice mi chiedeva come mai arrivassi ogni giorno alle 7 e mezza, io non vedevo l'ora di essere lì. Nell'anno in cui andai in pensione, il primo giorno di scuola, il 12 settembre 1990, così grande era il dispiacere di assistere a qualcosa a cui non potevo più partecipare, che lasciai il paese e me ne andai al mare.

Sorprende un po', caro professore, scoprire in lei, a distanza di tanto tempo, una carica umana e una passione non comuni tra chi si è dedicato per anni ad un lavoro così difficile come il suo. Fa quasi tenerezza, e mi viene spontaneo dirle grazie da parte di tutti, anche di chi non è stato suo alunno.

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