Un’estate del 1971


Quell’anno don Giuseppe novello parroco della neonata parrocchia mi chiese di andare all’oasi Madonna di Roca per un corso dei giovani di azione cattolica. Ma come? A luglio a fare un corso? E lui: “tanto è solo una settimana e gli educatori devono farlo”.
Arrivo a Roca, c’erano i giovani che tenevano i corsi, si trattava di Salvatore Scardino, Antonio Rizzo, Concetta Favale, Lilia Fiorillo e Carmen Starace che collaboravano con don Giovanni Buttazzo.
Caldo da impazzire quel luglio e allora non c’era il climatizzatore. Tutti in maglietta e jeans in sala, al caldo, anzi nella canicola ed eroicamente i giovani collaboratori, assieme a don Giovanni, ci impartivano le suggestioni della storia della salvezza.

Io a quei tempi, alla storia della salvezza, preferivo Demis Roussos con il suo We shall dance anche se al primo posto della Hit parade c’era Lucio Battisti con “pensieri e parole”.
In pochi giorni si creò un fortissimo affiatamento tra noi adolescenti corsisti. Provenivamo da tutta la diocesi di Lecce e non ci eravamo mai visti prima d’allora eppure il clima che si creò sembrava fosse sempre esistito e, man mano che si approssimava la fine del corso, c’era dentro di me una sorta di nostalgia anticipata che desiderava che il corso non finisse mai, consapevole com’ero, che l’alchimia che s’era creata in quel posto e per quel tempo, non ci sarebbe mai stata più.
La notte non si dormiva, eravamo assiepati nella camera di uno di noi a raccontarci chi eravamo e, soprattutto, chi credevamo di essere.

E poi c’erano gli scherzi, le risa e l’immancabile chitarra che uno di noi armeggiava per riproporre la colonna sonora della nostra vita. Vita brevissima, di qualche anno, di forti emozioni, di grandi turbamenti, vita da adolescente.
Poi arrivò l’ultimo giorno, era inevitabile. Una messa e, miracolosamente, tutti a piangere, ad abbracciarci a dilaniarci per il dolore dell’imminente abbandono.
Non ci eravamo mai visti e, con ogni probabilità, non ci saremmo visti più. Eppure in me c’era la sensazione straziante “come di perdere una parte di me” , un dolore fisico, come se mi stessero tagliando una parte del corpo.
Tornai a casa triste. Rimasi triste per un bel po’. Non se ne andava la tristezza.
Poi accadde che in spiaggia il mio sguardo si incontrò con il suo sguardo e il ricordo di Roca prima si affievolì e poi, così come s’era creato, scomparve.
Non si cancellò il ricordo, si cancellò il dolore dell’abbandono. Ricordavo quei visi, quelle voci, ma non provavo più nulla.
Capii in seguito che accade sempre così quando una storia finisce.

Antonio Bruno



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