IL POPOLO “FLAT” DI ACHILLE LAURO

 


IL POPOLO “FLAT” DI ACHILLE LAURO

Dice che il modo di cantare di Achille Lauro è flat. Piatto, senza grandi escursioni, con poche variazioni di intensità e di colore.

Oggi ascolto “Comuni mortali” e penso che, forse, è proprio questo il punto. Achille Lauro non canta per dimostrare quanto è bravo. Non insegue l’acuto che fa alzare in piedi il teatro e non spalanca la voce per ricordarci che sul palco c’è lui. La tiene bassa, trattenuta, quasi parlata. A volte sembra fragile, altre volte stanca, come se arrivasse da una notte troppo lunga o da una vita vissuta senza risparmio.

E allora, mentre lo ascolto, non vedo soltanto il cantante. Vedo il fruttivendolo che sistema le cassette e canticchia mentre pesa le arance. Il muratore che impasta la malta sotto il sole. Il panettiere che inforna il pane quando la città dorme ancora. Il meccanico con le mani sporche d’olio, piegato sopra un motore. Il benzinaio che ti fa il pieno e, senza interrompere il ritornello, ti domanda se vuoi anche controllare l’olio.

Cantano tutti senza tecnica, senza orchestra e senza applausi. Cantano perché il canto appartiene agli esseri umani prima ancora che ai cantanti. Serve a sopportare la fatica, ad attraversare la solitudine, a ricordare un amore o semplicemente a far passare più in fretta una giornata.

Forse la voce di Achille Lauro è flat perché non scende dall’alto. Non vuole impartire lezioni. Cammina sullo stesso marciapiede degli altri, porta addosso le imperfezioni, le notti sbagliate, gli amori perduti e quella malinconia che spesso si nasconde dietro chi fa finta di non avere paura.

Può non piacere, naturalmente. Ma essere flat non significa essere stonato. Può significare scegliere una voce quotidiana, popolare, senza ornamenti: la voce di chi canta mentre lavora, mentre aspetta, mentre vive.

Ed è bello pensare che oggi tutto questo popolo sia salito sul palcoscenico di Sanremo. Non per diventare diverso da ciò che è, ma per ricordarci che, almeno per la durata di una canzone, anche la vita più comune può diventare immortale.

 

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