Da Franco, il gelato aveva ancora una voce
Da Franco, il gelato aveva ancora una voce
Sul carretto si legge chiaramente «DA FRANCO». Più sotto affiora una frase ormai consumata dal tempo e, in fondo, la parola colorata «ICE CREAM». Il resto delle lettere si è fatto timido, come certi ricordi che non vogliono sparire, ma nemmeno lasciarsi raccontare fino in fondo.
Franco, invece, non ha bisogno di presentazioni. Sta davanti al suo carretto con il braccio alzato e sembra indicare qualcosa che noi non possiamo più vedere: forse un cliente, forse un bambino, forse soltanto l’estate. Accanto a lui il gelataio aspetta, serio come chi sa che la felicità va servita in fretta, prima che si sciolga.
Intorno passa una festa di paese: donne eleganti, uomini in giacca, bancarelle, ombrelloni e quella bambina vestita di rosa che guarda altrove, già inconsapevolmente diretta verso il futuro.
Oggi i gelati hanno nomi complicati, fotografie perfette e frigoriferi luminosi. Allora bastava una scritta dipinta a mano: «Da Franco». Non prometteva esperienze sensoriali. Prometteva un gelato.
E, qualche volta, era la stessa cosa che promettere la felicità.

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