Conversazione con Humberto Maturana La dinamica temporale che Freud non poté vedere nel suo tempo
Conversazione con Humberto
Maturana La dinamica
temporale che Freud non poté vedere nel suo tempo
Antonio
Bruno: Humberto,
leggendo queste pagine ho avuto l’impressione che tu e Ximena Dávila spostiate
radicalmente la domanda posta da Freud. Freud domanda: che cosa ti è
accaduto nel passato? Voi sembrate domandare: che cosa stai conservando
adesso di ciò che ti è accaduto?
Humberto
Maturana: Sì,
Antonio. Ed è una differenza fondamentale. Non perché il passato non abbia
importanza, ma perché il passato non sta accadendo adesso. Ciò che sta
accadendo adesso è il tuo vivere presente, con la struttura che la tua storia
ha reso possibile.
Antonio: Quindi la struttura presente è
conseguenza della deriva che l’ha generata, ma la deriva non è più qui.
Maturana: Esattamente. La storia è implicata
nella struttura presente, ma non opera dal passato come una forza che continua
a spingerti. Tu operi ora secondo la struttura che possiedi ora, nell’unità
ecologica organismo-nicchia che realizzi ora.
Antonio: Facciamo un esempio concreto. Un
bambino viene continuamente svalutato. Gli dicono: «Non sei capace», «Non vali
niente», «Tuo fratello è migliore di te». Quel bambino soffre.
Maturana: Certamente.
Antonio: Passano sessant’anni. Il bambino
non esiste più. I genitori magari non esistono più. Quelle frasi non vengono
più pronunciate. Eppure quell’uomo può continuare a sentirsi inadeguato.
Maturana: E qui compare ciò che vogliamo
mostrare. Non sono necessariamente le parole pronunciate sessant’anni prima ad
agire nel presente. È stata conservata una configurazione del vivere.
L’uomo può
continuare a vivere, senza rendersene conto, in una matrice
sensoriale-operazionale-relazionale nella quale l’autosvalutazione continua a
essere generata.
Antonio: Dunque non porta semplicemente
dentro di sé un ricordo.
Maturana: No. Dire soltanto «ricordo» può
confonderci, perché ci induce a immaginare qualcosa depositato da qualche parte
che continua ad agire.
Ciò che osserviamo
è una dinamica ricorsiva di conservazione.
Ogni volta
che quella persona vive, sente, agisce e si relaziona conservando quella
configurazione, essa viene nuovamente realizzata nel presente.
Freud guarda indietro, voi guardate ciò che si
conserva
Antonio: Ed è qui che introducete Freud.
Maturana: Freud compì qualcosa di
straordinario per il suo tempo. Vide che molti dolori che apparivano
incomprensibili acquistavano senso osservando la storia relazionale della persona.
Antonio: Quindi non lo state semplicemente
confutando.
Maturana: No. Occorre guardare storicamente
anche Freud. Egli poteva pensare con gli strumenti concettuali disponibili nel
proprio tempo.
Il suo
problema divenne allora il trauma, la rimozione, il ricordo rimosso, il
conflitto psichico. Da qui la ricerca di ciò che era accaduto.
Antonio: Mentre voi dite: anche se
scoprissimo perfettamente che cosa è accaduto nel 1965, rimarrebbe una domanda.
Maturana: La domanda decisiva:
Che cosa sta
accadendo nel 2026?
Antonio: Questa è la dinamica temporale che
Freud non poteva vedere?
Maturana: È ciò che noi proponiamo. La
comprensione sistemica dei processi biologici ci permette di vedere che un
sistema esiste attraverso ciò che conserva nel cambiamento.
La persona
cambia continuamente. Le molecole cambiano, il corpo cambia, le relazioni
cambiano, il nicchio cambia. E tuttavia alcune configurazioni relazionali
possono conservarsi.
È questa
conservazione che produce continuità.
Il passato non determina il presente: è il presente
che conserva una storia
Antonio: Questa frase mi sembra decisiva: il
passato non determina il presente; il presente conserva una storia.
Maturana: Sì, purché comprendiamo bene che
cosa significa.
Non stiamo
negando la storia. Stiamo dicendo qualcosa di più preciso: la storia esiste
operativamente nelle conseguenze strutturali che vengono conservate nel
presente.
Antonio: Quindi se oggi provo vergogna
davanti a una certa situazione, non devo necessariamente trovare «la prima
vergogna».
Maturana: Non necessariamente.
Può essere
interessante. Può perfino emergere spontaneamente durante una conversazione. Ma
non è indispensabile per comprendere la dinamica che sta accadendo ora.
La domanda
diventa:
Come vivi
oggi quella vergogna?
Che cosa fai
quando compare?
Come guardi
te stesso?
Come guardi
gli altri?
Che cosa
temi?
Che cosa
pretendi da te?
Che cosa
senti di dover dimostrare?
Antonio: In altre parole, invece
dell’archeologia del dolore fate una fenomenologia della sua conservazione.
Maturana: Potremmo dirlo così.
«Io sono fatto così»
Antonio: Prendiamo una persona che dica:
«Sono insicuro. Sono sempre stato così».
Maturana: Quella frase è molto interessante.
Antonio: Perché?
Maturana: Perché trasforma una dinamica in
un’identità.
Non dice:
«In determinate circostanze vivo nell’insicurezza».
Dice:
«Io sono
insicuro».
E così
qualcosa che accade nel vivere viene trattato come proprietà essenziale
dell’essere.
Antonio: E dicendo «sono fatto così»
contribuisco anche a conservarlo?
Maturana: Può accadere. Il linguaggiare
partecipa alla configurazione del mondo che viviamo.
Se invece
osservi:
«Quando
accade questo, io faccio questo, sento questo, temo questo e mi comporto così»,
hai già
trasformato il tuo rapporto con ciò che vivi.
Non sei più
semplicemente immerso nell’esperienza: stai osservando il tuo vivere.
Il tempo-zero
Antonio: Nel testo compare un’espressione
che mi colpisce: tempo-zero. Che cos’è?
Maturana: È il presente dell’accadere.
Tu non puoi
vivere ieri.
Antonio: Posso ricordarlo.
Maturana: Ma lo ricordi adesso.
Antonio: Posso immaginare domani.
Maturana: Ma lo immagini adesso.
Puoi
raccontare la tua infanzia, temere la vecchiaia, rimpiangere un amore,
progettare una vacanza, vergognarti di qualcosa accaduto quarant’anni fa:
biologicamente e relazionalmente tutto questo sta accadendo nel presente
continuo e mutevole del tuo vivere.
Antonio: Quindi persino il passato è una
conversazione presente sul passato.
Maturana: Precisamente.
La storia
non è un luogo nel quale possiamo ritornare. È una spiegazione che generiamo
nel presente per comprendere le coerenze del presente.
Allora bisogna dimenticare il trauma?
Antonio: Qualcuno potrebbe obiettare: «State
minimizzando ciò che è accaduto. Se una persona ha subito una violenza, quella
violenza è realmente avvenuta».
Maturana: Naturalmente. Non stiamo negando
gli eventi né la loro gravità. Sarebbe un’altra forma di violenza.
Stiamo
distinguendo due domande.
Una è:
«Che cosa è
accaduto?»
L’altra:
«Come ciò
che è accaduto partecipa alla configurazione del vivere che questa persona
realizza oggi?»
Sono domande
differenti.
Antonio: E soprattutto non bisogna
trasformare questa teoria in una colpevolizzazione: «Se continui a soffrire
significa che sei tu a conservare il dolore».
Maturana: Sarebbe una grave incomprensione.
La
conservazione di cui parliamo non è necessariamente intenzionale né cosciente.
L’epigenesi avviene nella trasformazione congruente organismo-nicchia. La
persona non decide: «Da oggi conserverò la mia autosvalutazione per
cinquant’anni».
Essa
semplicemente vive, e alcune configurazioni si conservano nel vivere.
Il Conversare Liberatore
Antonio: Ed è qui che entra il Conversare
Liberatore.
Maturana: Sì.
Antonio: Ma non per cercare il trauma?
Maturana: No.
Antonio: Non per interpretare la persona?
Maturana: No.
Antonio: Non per dirle perché è diventata
così?
Maturana: Nemmeno.
Antonio: Allora che cosa fa chi conversa?
Maturana: Incontra l’altro nella sua
legittimità.
Ascolta.
Domanda.
Non pretende
di conoscere in anticipo dove la conversazione debba arrivare.
Antonio: E la domanda perturba la struttura.
Maturana: Sì. Ma non determina ciò che
accadrà. Ricorda il determinismo strutturale: ciò che accade nell’altro dipende
dalla struttura dell’altro in quel momento, non dall’intenzione di chi pone la
domanda.
Per questo
non possiamo fabbricare una trasformazione.
Possiamo
soltanto generare uno spazio relazionale nel quale una trasformazione diventi
possibile.
Una domanda semplicissima
Antonio: Fammi un esempio.
Maturana: Una persona dice:
«Non valgo
abbastanza».
Tu potresti
domandarle:
«Quando dici
che non vali abbastanza, abbastanza per chi?»
Antonio: E magari rimane in silenzio.
Maturana: Quel silenzio può essere parte
della riflessione.
Forse scopre
che da cinquant’anni sta sostenendo un esame davanti a una commissione che non
esiste più.
Antonio: Questa immagine è potentissima.
Maturana: E nota che non abbiamo dovuto
stabilire quando sia cominciato l’esame.
Abbiamo
guardato l’esame che sta sostenendo adesso.
Dal «perché sono così?» al «che cosa sto conservando?»
Antonio: Allora cambia persino la domanda
che rivolgo a me stesso.
Invece di:
«Perché sono
così?»
potrei
chiedermi:
«Che cosa
sto conservando vivendo così?»
Maturana: Esatto.
E poi:
«Mi piace
questo vivere?»
«Voglio
conservarlo?»
«Che cosa
accade se smetto di giustificarlo?»
«Che cosa
vedo quando non devo più difenderlo?»
Queste sono
domande riflessive.
Antonio: Non cercano una colpa.
Maturana: No.
Antonio: Non cercano neppure un colpevole.
Maturana: No. Cercano di ampliare il vedere.
Amare significa ampliare il vedere
Antonio: Ed eccoci all’amare.
Maturana: L’amare è il dominio relazionale
nel quale l’altro sorge come legittimo altro nella convivenza.
Quando
questo accade, non ho bisogno di manipolarlo.
E quando
smetto di manipolarlo, posso ascoltarlo.
Antonio: E quando ascolto senza avere già
deciso che cosa dovrà diventare...
Maturana: ...può comparire qualcosa che
nessuno dei due aveva previsto.
Questa è la
spontaneità della trasformazione.
Antonio comprende
Antonio: Allora provo a dirlo con parole
mie.
Io sono la
conseguenza della deriva che mi ha generato. Non posso cambiare ciò che è
accaduto e non ho bisogno di negarlo.
Ma ciò che è
accaduto non sta accadendo più.
Ciò che
posso osservare è che cosa di quella storia continuo a generare e conservare
oggi nel mio modo di sentire, agire, parlare e relazionarmi.
Maturana: Sì.
Antonio: E quando lo vedo, compare una
possibilità che prima non esisteva.
Maturana: Quale?
Antonio: Posso domandarmi:
«Voglio
continuare a vivere così?»
Maturana: E questa è già una trasformazione.
Antonio: Perché?
Maturana: Perché prima semplicemente vivevi
quella configurazione.
Ora vedi
che la stai vivendo.
E quando un
essere umano vede il proprio vivere può riflettere su di esso.
Antonio: Quindi Freud cercava comprensibilmente
nel passato la causa capace di spiegare il presente. Voi proponete uno
spostamento: osservare nel presente la dinamica che conserva le conseguenze di
una storia.
Maturana: Sì. E questo cambia profondamente
il senso del conversare.
Non dobbiamo
necessariamente tornare indietro per riparare il passato.
Possiamo
incontrarci qui.
Adesso.
E
domandarci, senza pretese:
«Che cosa
stiamo conservando nel modo in cui stiamo vivendo?»
Antonio: E se ciò che vedo non mi piace?
Maturana: Allora nasce la domanda
propriamente umana:
«Voglio
conservarlo?»
Antonio: E se rispondo di no?
Maturana: Non hai cancellato la tua storia.
Hai
cominciato a non essere più obbligato a ripeterla.

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