Prima che il mondo scoprisse la pizzica
Prima che il mondo scoprisse
la pizzica
La musica salentina non è una cartolina: è la storia
di un popolo che ha imparato a cambiare ritmo senza perdere la propria voce
Dal morso
della tarantola al rap dei Sud Sound System, passando per Tito Schipa, Bruno
Petrachi e le radio libere: viaggio in una terra dove la musica è stata cura,
lavoro, corteggiamento, memoria e ribellione.
Per spiegare
il Salento a un lettore americano bisognerebbe cominciare dalla luce. Non dalla
musica, ma dalla luce.
Quella che
cade sulle pietre chiare di Lecce, attraversa gli ulivi e arriva al mare senza
chiedere permesso. Una luce bellissima e spietata, perché illumina tutto: le
feste e la fatica, l’eleganza barocca e la povertà delle campagne, le partenze
degli emigranti e le estati nelle quali gli emigranti tornavano a casa con una
valigia più pesante dei ricordi.
Poi,
soltanto dopo, bisognerebbe far ascoltare la musica.
Ma non una
sola musica. Questo è il primo equivoco da chiarire. Il Salento non coincide
con la pizzica e la sua storia non comincia con i grandi concerti estivi della
Notte della Taranta. La musica salentina è un continente più vasto: comprende
serenate, mattinate, canti di lavoro, stornelli, canzone dialettale d’autore,
lirica, musica leggera, reggae, hip hop e world music.
Federico
Capone, nel suo libro Lecce che suona. Appunti di musica salentina,
pubblicato nel 2003, prova a ricostruire questo lungo viaggio. La sua
intuizione più interessante è che la continuità non si trovi in uno strumento o
in un ritmo particolare, ma nell’improvvisazione.
Improvvisava
il cantastorie medievale. Improvvisava il contadino. Improvvisava Bruno
Petrachi con la sua fisarmonica. Improvvisavano i ragazzi che, molti secoli
dopo, avrebbero trasformato il dialetto salentino nella lingua tecnologica del
reggae e del rap.
La musica
cambiava. Il bisogno di prendere la parola rimaneva.
Quando si lavorava ballando
Nelle
campagne salentine cantare non era ancora uno spettacolo. Era un modo di stare
al mondo.
Si cantava
per accompagnare il lavoro, attenuare la fatica, corteggiare una donna,
raccontare un’ingiustizia, prendere in giro un potente o ricordare una
disgrazia. Le canzoni passavano da una voce all’altra e da un paese all’altro,
cambiando qualche parola lungo il cammino.
Capone
rintraccia gli antecedenti di questa tradizione intorno al Duecento. Il
cantastorie doveva possedere memoria, intelligenza e capacità di osservazione.
Conosceva i racconti ricevuti dagli anziani, ma sapeva anche adattarli alle
persone che aveva davanti. Non era soltanto un interprete: era giornalista,
poeta, cronista e attore.
Nel 1695 il
medico pugliese Giorgio Baglivi pubblicò De Tarantula, uno dei testi
fondamentali sul tarantismo. La musica vi appariva legata alla cura del
presunto morso del ragno. Ma ridurre tutto a una terapia sarebbe un errore.
Nella
seconda metà del Settecento il viaggiatore tedesco Johan Hermann von Riedesel
osservò in Puglia una scena difficile da dimenticare: venti o venticinque
persone, calzando gli zoccoli, ballavano sopra piselli e fave per batterli,
mentre una cornamusa accompagnava il lavoro.
La gente
lavorava danzando.
È
un’immagine che contiene già tutta la contraddizione del Sud: la fatica
trasformata in ritmo, la necessità convertita in festa, il corpo sfruttato che
si riprende almeno per un momento la libertà di muoversi.
Nell’Ottocento
la scrittrice inglese Janet Ross assistette invece a una pizzica ballata al
chiaro di luna nella tenuta di Leucaspide. La sua descrizione non parla di una
donna posseduta dal veleno, ma di un corteggiamento. L’uomo gira intorno alla
ballerina; lei lo invita e lo respinge, solleva il grembiule, scatta di lato,
lo sfida a seguirla. Alla fine lui può inginocchiarsi davanti a lei, mentre il
pubblico applaude.
La pizzica
era anche questo: seduzione, gioco, teatro della relazione. Una danza nella
quale la donna non appariva affatto passiva. Decideva la distanza, regolava
l’avvicinamento, concedeva e sottraeva lo spazio.
Tito Schipa, una voce partita da Lecce
Il 27
dicembre 1888 nacque a Lecce Tito Schipa. All’anagrafe lo registrarono il 2
gennaio 1889, quasi che persino la burocrazia avesse avuto bisogno di qualche
giorno per accorgersi dell’arrivo di una voce simile.
Gianni
Carluccio, autore della ricostruzione biografica contenuta nel libro di Capone,
racconta che Schipa studiò nel Seminario vescovile di Lecce, frequentò la
scuola del maestro Gerunda e si perfezionò a Milano.
Debuttò il 4
febbraio 1909 a Vercelli con La traviata. Nel 1910 tornò a cantare al
Politeama Greco di Lecce. Poi arrivarono Roma, Milano, Napoli, Buenos Aires,
Rio de Janeiro, Bari e Madrid. Nel 1915 Arturo Toscanini lo diresse al Teatro
Dal Verme; poco dopo Schipa debuttò alla Scala.
Era un uomo
nato nel profondo Sud d’Italia che portava la propria voce nei grandi teatri
del mondo. Non cantava in dialetto e non interpretava la pizzica, ma
apparteneva alla stessa storia: quella di un territorio periferico che,
attraverso la musica, riusciva a raggiungere il centro.
Il Salento
anticipava così uno dei suoi temi ricorrenti: partire senza smettere
completamente di appartenere.
Dalla campagna alla città
Dopo la
Seconda guerra mondiale il paesaggio sociale cambiò. Molte famiglie lasciarono
le campagne e si trasferirono nei centri urbani. Anche le canzoni cambiarono
casa.
La tarantola
scomparve progressivamente dai testi. Al suo posto entrarono le strade di
Lecce, le spiagge di San Cataldo e Frigole, l’emigrazione, il vino, il calcio,
i vicoli, le feste e i personaggi dei quartieri.
Il dialetto
rimase, ma non era più soltanto la lingua del mondo rurale. Diventò la lingua
con cui la città raccontava sé stessa.
Negli anni
Sessanta il teatro di Raffaele Protopapa e la poesia di Giuseppe De Dominicis
contribuirono al rilancio del leccese. Intanto “Nunzio e i Messia”, il gruppo
fondato da Nunzio Mariano, faceva ballare i giovani nei veglioni e nelle feste
patronali. Prima arrivavano le bande con le arie d’opera per il pubblico più
anziano; poi salivano sul palco i complessi che riproponevano le canzoni
ascoltate alla radio e al Festival di Sanremo.
Il Salento
non era culturalmente isolato. Ascoltava il mondo e provava a tradurlo.
“Nunzio e i
Messia” inserirono strumenti a fiato e si avvicinarono alla fusion, portando
nel repertorio Miles Davis, i Chicago e i Weather Report di Joe Zawinul. Era
un’altra forma di contaminazione, molti anni prima che la parola diventasse una
formula promozionale.
Gli ultimi contadini che ricordavano le canzoni
Negli anni
Settanta Antonio Buffo e Tommaso Errico andarono a cercare gli anziani
lavoratori della terra che conservavano nella memoria le vecchie canzoni.
Ogni sabato
sera si ritrovavano. Una chitarra, alcune voci, un registratore e, dopo il
canto, la cena. All’inizio doveva essere una ricerca scolastica. Poi nacque uno
spettacolo e il gruppo prese il nome di “Gli Ultimi”.
Gli ultimi
di una generazione.
È una
definizione semplice, ma dolorosa. Quelle persone non erano musicisti
professionisti. Non avevano studiato nei conservatori e probabilmente non
avrebbero chiamato “patrimonio immateriale” ciò che custodivano. Conoscevano le
canzoni perché le avevano vissute.
Il lavoro di
Buffo pone una domanda che riguarda tutte le culture popolari: che cosa accade
quando una tradizione smette di essere necessaria alla vita quotidiana e ha
bisogno di essere salvata?
Prima si
canta lavorando. Poi qualcuno registra il canto. Infine quel canto viene
eseguito sopra un palcoscenico.
Non è più la
stessa cosa, naturalmente. Ma senza quel passaggio, forse, non resterebbe
nulla.
Bruno Petrachi, il reporter con la fisarmonica
Se il
Salento avesse avuto un Woody Guthrie dei vicoli, forse si sarebbe chiamato
Bruno Petrachi.
Petrachi
percorreva Lecce osservandone persone e quartieri. Tornava a casa e li
“dipingeva” con gli stornelli. Il figlio Enzo, intervistato da Federico Capone,
racconta che Bruno sapeva mettere in luce i difetti di chi aveva davanti senza
umiliarlo. “Cantare la rasta” significava improvvisare versi su una persona,
coglierne il carattere, restituirle davanti agli altri un’immagine ironica ma
riconoscibile.
Era una
forma di giornalismo orale.
Petrachi
raccontò la Lecce compresa tra la fine degli anni Settanta e la metà degli
Ottanta: il mare, le donne, il calcio, gli emigranti, le feste, San Cataldo, Frigole.
La sua Fìgghi te Lecce diventò una specie di inno non ufficiale.
Ludovico
Malorgio ricorda che proprio alla fine degli anni Settanta la canzone in
vernacolo conobbe un vero boom, favorito dalla nascita delle radio e delle
televisioni private. Quelle emittenti cercavano voci, storie e contenuti del
territorio. La musica dialettale, ignorata dai grandi mezzi nazionali, trovò
finalmente uno spazio.
Le radio
libere fecero per la canzone salentina ciò che in altre parti del mondo avevano
fatto le piccole emittenti comunitarie: permisero a una cultura periferica di
ascoltare sé stessa.
Bruno
Petrachi morì il 16 maggio 1997, a soli 54 anni. Il giorno seguente Antonio
Bartolomucci lo ricordò sul Quotidiano di Lecce come “il menestrello che
cantò la bella Lecce”.
Durante le
sue esibizioni per gli emigranti salentini a Milano, bastavano una fisarmonica
e una canzone per trasformare una sala del Nord in una rotonda di San Cataldo.
Questo può fare la musica quando nasce da un’appartenenza autentica: non
descrive soltanto un luogo, lo ricrea.
Gino Ingrosso e l’invenzione della tradizione
Un altro
protagonista di questa storia è Gino Ingrosso, autore capace di trasformare il
dialetto in canzone moderna.
Nel 1987
Ingrosso tornò alla pizzica insieme con Pierpaolo De Giorgi e i Tamburellisti
di Torre Paduli. Si accorse che la struttura musicale tradizionale, fondata
sulla ripetizione di poche battute, rischiava di risultare statica per
l’ascoltatore contemporaneo. Decise quindi di introdurre intermezzi, aperture e
nuove soluzioni musicali.
I puristi
potrebbero chiamarlo tradimento. Ma ogni tradizione sopravvissuta abbastanza a
lungo è il risultato di qualche tradimento riuscito.
Nel 1989
Ingrosso incise Fantastica Pizzica con i Tamburellisti di Torre Paduli.
Nel 1995 pubblicò Uagnunéra, utilizzando le nuove tecniche di
registrazione. Nel 1998 le sue composizioni dialettali furono eseguite in
chiave classica dall’Associazione musicale Rossellini di Castrì, con la
pianista Irene Galasso, il soprano Doriana De Giorgi e alcuni giovani musicisti
del Conservatorio “Tito Schipa”.
La canzone
dialettale, un tempo considerata intrattenimento minore, entrava così nello
spazio della musica colta.
Ma Ingrosso
aveva già compreso un fatto essenziale: la tradizione non è un reperto da
custodire sotto vetro. È un materiale vivo, che deve essere rielaborato per
continuare a parlare.
Quando il dialetto incontrò il reggae
All’inizio
degli anni Ottanta un ragazzo salentino conosciuto come Dj War ascoltava Clash,
Ruts DC, Police e Joe Jackson. Attraverso il punk arrivò alla black music e al
reggae.
Potrebbe
sembrare un viaggio distante dalla tradizione salentina. In realtà conduceva
nuovamente allo stesso punto: usare la musica per raccontare una condizione
sociale.
Nei centri
sociali italiani punk, reggae e hip hop offrivano luoghi di espressione a una
generazione che non si riconosceva nei canali ufficiali. Dj War fondò a Lecce i
Subnoise, insieme ad altri musicisti tra i quali Gopher D e Paparicky. Le
esperienze di Lecce e Bologna cominciarono a intrecciarsi.
Poi arrivò
l’estate del 1991.
Il Sud Sound
System pubblicò Fuecu/T’à sciuta bona. Nel gruppo figuravano ancora Dj
War e Militant P. Il disco cambiò il modo di concepire il rap italiano perché
utilizzava il dialetto salentino non come ornamento folkloristico, ma come
lingua contemporanea.
Era il
dialetto dei nonni entrato nel mixer.
Le parole
che un tempo avevano accompagnato la raccolta del tabacco adesso correvano
sopra ritmi giamaicani. Il microfono prendeva il posto della piazza; il
freestyle recuperava la funzione dello stornello; il sound system diventava un
nuovo cantastorie collettivo.
Federico
Capone definisce questa lingua un dialetto “tecnologico”. L’espressione è
felice perché racconta un passaggio decisivo: per entrare nella modernità non
era più necessario rinunciare alla propria parlata.
Il Sud Sound
System dimostrò che si poteva essere locali senza essere provinciali. Anzi,
proprio la fedeltà al dialetto rendeva quella musica universale.
L’America
aveva inventato l’hip hop nei quartieri afroamericani e portoricani del Bronx.
La Giamaica aveva sviluppato la cultura dei sound system. Il Salento prese quei
linguaggi e li utilizzò per raccontare una propria periferia, con una storia e
ferite differenti ma con lo stesso bisogno di presenza.
La taranta diventa uno spettacolo mondiale
Alla fine
degli anni Novanta nacque la Notte della Taranta. La pizzica uscì
definitivamente dalle corti, dalle feste familiari e dai piccoli paesi per
entrare nella stagione dei grandi concerti.
Musicisti
provenienti da esperienze diverse incontrarono tamburelli, canti e dialetti
salentini. Il pubblico aumentò. Il Salento divenne una destinazione culturale e
turistica. Una musica che rischiava di essere dimenticata conquistò una
visibilità internazionale.
È una storia
di successo. Ma ogni successo produce anche una zona d’ombra.
Nel 2002, in
occasione della quinta edizione del festival, Federico Capone scrisse
provocatoriamente La morte della Taranta. Non negava il valore della
sperimentazione, ma contestava la pretesa di far coincidere tutta la musica
salentina con la pizzica.
Prima della
Notte della Taranta c’erano stati Tito Schipa, la canzone dialettale, Bruno
Petrachi, Gino Ingrosso, le radio libere, il reggae e l’hip hop. C’erano state
altre contaminazioni e altre partenze verso il mondo.
Il rischio
era trasformare una cultura complessa in un marchio facilmente riconoscibile:
tamburello, danza, estate, folla.
Succede
spesso. Il mercato internazionale ama le identità semplici. Vuole che Cuba sia
soltanto salsa, il Brasile soltanto samba, l’Argentina soltanto tango e il
Salento soltanto pizzica.
Ma i popoli
non sono generi musicali. E le loro contraddizioni non entrano comodamente in
una playlist.
Dal cantastorie al rapper
Nel 2003,
anno in cui Capone pubblicò Lecce che suona, uscì anche Robba de
smuju di Uccio Aloisi. Ascoltando quegli stornelli e confrontandoli con
quelli registrati da Bruno Petrachi negli anni Ottanta, diventava possibile
riconoscere una continuità più profonda delle differenze stilistiche.
Il cantore
contadino, Petrachi e il rapper compiono lo stesso gesto: osservano ciò che
hanno intorno e lo trasformano immediatamente in parola ritmica.
Cambiano gli
strumenti. Prima la voce, la chitarra, la fisarmonica e il tamburello; poi il
giradischi, il campionatore, la tastiera elettronica e il microfono.
Ma la
funzione resta simile: prendere una comunità e restituirle la sua immagine.
La grande
lezione della musica salentina è forse questa. Le radici non sono catene che
trattengono un popolo nel passato. Sono antenne: permettono di ricevere il
mondo senza perdere completamente la propria frequenza.
Il Salento
ha attraversato la società contadina, l’emigrazione, l’urbanizzazione, la
televisione privata, il turismo di massa e la globalizzazione. Ogni volta ha
cambiato musica. Ogni volta qualcuno ha denunciato la fine della tradizione.
Eppure la
voce è rimasta.
La si può
ascoltare nella descrizione settecentesca di uomini e donne che lavoravano
ballando, nella pizzica amorosa raccontata da Janet Ross, nel canto
internazionale di Tito Schipa, negli stornelli di Bruno Petrachi, nelle
reinvenzioni di Gino Ingrosso e nel dialetto elettrico dei Sud Sound System.
Non è la
stessa musica. Ed è proprio questo il punto.
Perché una
cultura viva non ripete eternamente il proprio passato. Lo ricorda, lo
contraddice, lo campiona e qualche volta lo mette sopra un basso reggae.
Poi alza il
volume.
E ricomincia
a raccontarsi.
Cronologia della musica
salentina
Dalla tradizione orale alla world music
La seguente
cronologia è ricavata da Lecce che suona. Appunti di musica salentina,
pubblicato da Federico Capone nel 2003. Quando nel volume compaiono
testimonianze, ricordi o contributi firmati da altri autori, questi vengono
indicati espressamente.
Medioevo – Le origini della tradizione orale
Secondo
Federico Capone, gli antecedenti più remoti della musica salentina, e forse di
una parte della stessa canzone popolare italiana, possono essere ricercati
intorno al Duecento. Si tratta di un patrimonio trasmesso soprattutto
oralmente, attraverso serenate, mattinate, canti epici, racconti d’amore e di
sangue e componimenti celebrativi dedicati alle imprese di re e signori.
La figura
centrale è il cantastorie, che non si limita a conservare i testi imparati a
memoria, ma li modifica e li adatta agli avvenimenti e al pubblico. Per Capone,
l’improvvisazione costituisce una delle linee di continuità più profonde della
musica salentina: dagli antichi cantori agli stornellatori, fino ai rapper
contemporanei.
Seicento – Le prime descrizioni scientifiche del
tarantismo
Nel 1695 il
medico pugliese Giorgio Baglivi pubblica De Tarantula, uno dei testi
fondamentali per la storia del tarantismo. Baglivi interpreta il fenomeno
secondo le conoscenze mediche del suo tempo, descrivendo il morso della
tarantola e il ricorso alla musica e alla danza come strumenti di guarigione.
Federico
Capone inserisce quest’opera nella bibliografia del volume attraverso la
traduzione di Raimondo Pellegrini, curata da Maurizio Merico e pubblicata a
Lecce nel 1999.
Settecento – Il viaggio di Johan Hermann von Riedesel
Nella
seconda metà del Settecento il viaggiatore tedesco Johan Hermann von Riedesel
attraversa la Puglia e osserva direttamente alcune pratiche musicali e
coreutiche popolari.
Von Riedesel
racconta che, per battere piselli e fave, una cornamusa accompagnava il lavoro
di venti o venticinque persone che, calzando gli zoccoli, danzavano
vigorosamente sui legumi. Lo stesso autore riferisce della convinzione secondo
la quale si potesse guarire dal morso della tarantola attraverso il ballo.
Federico
Capone richiama questa testimonianza per sottolineare due aspetti: il legame
tra musica, danza e lavoro e il fatto che, nelle descrizioni antiche, il
tamburello non possedeva sempre il ruolo terapeutico esclusivo che gli sarebbe
stato attribuito dalla successiva rappresentazione del tarantismo.
Ottocento – La pizzica osservata da Janet Ross
Nell’Ottocento
la scrittrice inglese Janet Ross assiste a una festa organizzata a Leucaspide
da Sir James Lacaita per le donne impegnate nei lavori agricoli e per alcuni
muratori.
Ross
descrive una pizzica-pizzica ballata al chiaro di luna. L’uomo gira intorno
alla donna, mentre lei solleva il grembiule, si avvicina, si sottrae e lo sfida
a seguirla. La danza assume la forma di un corteggiamento: il ballerino, al
termine, può inginocchiarsi davanti alla donna, provocando l’approvazione e gli
applausi degli spettatori.
La testimonianza
di Janet Ross, ripresa da Federico Capone, mostra che la pizzica non è soltanto
una danza legata alla terapia del tarantismo, ma anche una danza sociale,
amorosa e comunitaria.
1871 – La raccolta dei canti meridionali
Nel 1871
viene pubblicata a Torino l’opera di Casetti e Imbriani, Canti popolari
delle province meridionali. Il lavoro rappresenta uno dei primi tentativi
sistematici di mettere per iscritto un patrimonio che, fino a quel momento, era
stato affidato prevalentemente alla memoria e alla trasmissione orale.
La raccolta
segna simbolicamente il passaggio dalla cultura vissuta alla cultura
documentata: le varianti locali, prima affidate ai cantori, iniziano a essere
fissate sulla pagina.
1888-1889 – La nascita di Tito Schipa
Tito Schipa
nasce a Lecce il 27 dicembre 1888, anche se viene registrato all’anagrafe il 2
gennaio 1889. La ricostruzione biografica contenuta nel volume è firmata da
Gianni Carluccio.
Schipa
studia inizialmente nel Seminario vescovile di Lecce per volontà di monsignor Gennaro
Trama. Frequenta poi la scuola di canto del maestro Gerunda e si perfeziona a
Milano con il maestro Piccoli.
Con Schipa
la tradizione musicale leccese supera i propri confini territoriali e si
confronta con la grande musica lirica internazionale.
1907 – La nascita di Raffaele Protopapa
Nel 1907
nasce a Lecce Raffaele Protopapa, destinato a diventare, insieme con Giuseppe
De Dominicis, uno dei principali autori dialettali salentini.
Protopapa
comincia a esibirsi come attore comico nel circolo “Giosuè Borsi”.
L’accoglienza riservata dal pubblico alle poesie di Giuseppe De Dominicis e del
poeta Bozzi lo convince a dedicarsi con maggiore continuità al teatro
dialettale.
Secondo
Federico Capone, teatro, poesia e musica dialettale appartengono a uno stesso
ambiente culturale: quello nel quale il dialetto diventa voce immediata della
vita quotidiana leccese.
1909 – L’esordio di Tito Schipa
Il 4
febbraio 1909, a vent’anni, Tito Schipa esordisce al Teatro Politeama
Facchinetti di Vercelli interpretando La traviata.
Nella
primavera del 1910 torna nella sua città e canta al Teatro Politeama Greco di
Lecce. Da quel momento comincia una rapida carriera nazionale e internazionale
(Gianni Carluccio).
1911-1917 – L’affermazione internazionale di Schipa
Nel 1911
Schipa canta al Teatro Quirino di Roma nella Compagnia lirica internazionale di
G. Borboni.
Tra il 1912
e il 1913 si esibisce al Teatro Dal Verme di Milano e incide i primi dischi.
Nell’estate del 1913 debutta in Sud America, al Teatro Colón di Buenos Aires,
ottenendo un successo straordinario.
Tra il 1913
e il 1914 canta al Teatro San Carlo di Napoli, al Teatro Costanzi di Roma, al
Coliseo di Buenos Aires, al Teatro Municipal di Rio de Janeiro e al Petruzzelli
di Bari.
Nel novembre
1915 è diretto da Arturo Toscanini al Teatro Dal Verme di Milano. Un mese più
tardi debutta alla Scala con Il principe Igor.
Il 14
gennaio 1917 interpreta Manon al Teatro Real di Madrid, alla presenza
del re Alfonso XIII e della regina Vittoria Eugenia. Con Tito Schipa, osserva
Gianni Carluccio, Lecce offre alla musica mondiale una delle voci più
suggestive del Novecento.
Secondo dopoguerra – Dalla campagna alla città
Dopo la
Seconda guerra mondiale si intensifica l’esodo dalle campagne verso le città.
Federico Capone considera questo mutamento sociale decisivo anche per la musica
salentina.
I canti si
spostano dall’ambiente rurale a quello urbano. Scompare progressivamente la
figura simbolica della tarantola, mentre entrano nei testi la vita cittadina,
l’emigrazione, la lontananza, il calcio, il vino, le feste e i personaggi dei
quartieri.
Il dialetto
e gli stornelli conservano il legame con la tradizione, ma la musica diventa
sempre più frequentemente opera di autori riconoscibili.
Anni Sessanta – “Nunzio e i Messia” e la musica
leggera
All’inizio
degli anni Sessanta Nunzio Mariano fonda, insieme ad alcuni amici, il gruppo
“Nunzio e i Messia”.
Il complesso
anima veglioni e feste patronali, proponendo soprattutto canzoni provenienti
dal Festival di Sanremo. Nel decennio successivo amplia l’organico e inserisce
strumenti a fiato, avvicinandosi alla fusion e introducendo nel Salento la
musica di Miles Davis, dei Chicago e dei Weather Report di Joe Zawinul
(Federico Capone).
In quegli
anni si afferma anche Gidiuli, uno dei pochi cantanti salentini approdati a
Sanremo, dove si esibisce con Domenico Modugno nella canzone Sopra i tetti
azzurri del mio pazzo amore.
Anni Sessanta – La riscoperta del teatro dialettale
La stampa
locale, inizialmente poco attenta, comincia negli anni Sessanta a riconoscere
l’importanza del teatro dialettale salentino e dell’opera di Raffaele
Protopapa.
Per Federico
Capone, questo rilancio contribuisce a restituire dignità al dialetto proprio
mentre radio e televisione tendono a diffondere modelli linguistici nazionali.
Fine degli anni Sessanta – La canzone dialettale
d’autore
Sul finire
degli anni Sessanta, mentre il fenomeno storico del tarantismo può considerarsi
ormai concluso, si sviluppa a Lecce la canzone d’autore in dialetto.
Federico
Capone individua qui l’inizio della musica folk leccese moderna: non più
soltanto canti anonimi tramandati oralmente, ma composizioni scritte da autori
che raccontano la città, i quartieri, il mare, l’emigrazione, il vino, l’amore
e la quotidianità.
Anni Settanta – La ricerca del gruppo “Gli Ultimi”
Antonio
Buffo racconta la nascita degli “Ultimi”, un’esperienza sorta da una ricerca
scolastica sul mondo contadino.
Buffo e
Tommaso Errico incontrano gli anziani lavoratori della terra che ricordano
ancora le vecchie canzoni popolari. Ogni sabato sera i contadini cantano
accompagnati da una chitarra, mentre le loro voci vengono registrate.
Da semplice
ricerca scolastica l’esperienza si trasforma in spettacolo pubblico. Il nome
“Gli Ultimi” indica, secondo Antonio Buffo, gli ultimi rappresentanti di una
generazione che aveva conservato nella memoria il patrimonio musicale
contadino.
Fine degli anni Settanta – Il boom della canzone in
vernacolo
Ludovico
Malorgio colloca alla fine degli anni Settanta il vero boom della canzone
popolare e dialettale salentina.
La nascita
delle radio e delle televisioni private determina una rivoluzione nella
comunicazione locale. Le nuove emittenti cercano contenuti legati al
territorio, alla cronaca, allo sport, alle tradizioni e alla lingua della
gente. La musica popolare trova così spazi di diffusione prima impensabili.
Malorgio
ricorda anche il ruolo anticipatore di Cesare Monte, cantante e autore neretino
che aveva fatto della canzone popolare un oggetto di ricerca quando ancora i
mezzi di comunicazione le riservavano poca attenzione.
Fine degli anni Settanta-metà degli anni Ottanta – La
Lecce di Bruno Petrachi
Bruno
Petrachi percorre i rioni di Lecce, ne osserva i luoghi e i personaggi e
successivamente li “dipinge” attraverso gli stornelli.
Il figlio
Enzo Petrachi, intervistato da Federico Capone, ricorda che il padre
improvvisava versi sui pregi e sui difetti delle persone incontrate, senza mai
offenderle. La sua canzone Fìgghi te Lecce può essere considerata un
manifesto della leccesità urbana.
Con Petrachi
l’antico cantastorie rinasce nella città moderna: non racconta più soltanto la
campagna, ma San Cataldo, Frigole, il calcio, le feste, le corti e i personaggi
popolari.
Primi anni Ottanta – Dj War e l’incontro con la black
music
Dj War
racconta di essersi avvicinato alla black music nei primi anni Ottanta
attraverso l’ascolto dei Clash, dei Ruts DC, dei Police e di Joe Jackson.
Il punk e il
reggae, apparentemente lontani, entrano in contatto nei centri sociali e
offrono alle nuove generazioni luoghi di aggregazione e di espressione. Nascono
in Italia gruppi come Different Stylee, Africa Unite e Pitura Freska, mentre
l’Hip Hop si diffonde attraverso l’esperienza della Zulu Nation di Afrika
Bambaataa (testimonianza di Dj War raccolta da Federico Capone).
1985 – Lecce entra in Serie A
Nel
repertorio di Gino Ingrosso compare Lecce in serie A 1985. L’avvenimento
sportivo diventa materia musicale e mostra quanto la canzone dialettale sia
ormai legata alla vita urbana e all’identità collettiva della città.
1987 – La riscoperta della pizzica da parte di Gino
Ingrosso
Gino
Ingrosso racconta che nel 1987, dopo un lungo periodo di oblio, torna alla
pizzica insieme con Pierpaolo De Giorgi e con i Tamburellisti di Torre Paduli.
Ingrosso
considera musicalmente statica la struttura tradizionale della pizzica, fondata
sulla ripetizione di quattro o otto battute. Decide quindi di introdurre spazi,
intermezzi e soluzioni musicali originali.
Nasce così
una delle prime forme consapevoli di rielaborazione moderna della pizzica: non
una semplice ripetizione del passato, ma una sua trasformazione creativa
(testimonianza di Gino Ingrosso raccolta da Federico Capone).
1989 – Fantastica Pizzica
Nel 1989
Gino Ingrosso incide Fantastica Pizzica con i Tamburellisti di Torre
Paduli. L’opera rappresenta un passaggio significativo dalla riproposta
tradizionale alla musica dialettale d’autore contaminata da nuove soluzioni
armoniche e strumentali.
Ingrosso
riceve inoltre il Premio Barocco per la canzone Gallipoli (Federico
Capone, sulla base del volume Gino Ingrosso, 25 anni di canzoni leccesi,
curato da Donato Valli e Nicola G. De Donno).
1991 – La nascita ufficiale del reggae-hip hop
salentino
Federico
Capone colloca nell’estate del 1991 la nascita ufficiale del reggae-hip hop
salentino.
Il Sud Sound
System, nelle cui fila figurano ancora Dj War e Militant P, pubblica il singolo
Fuecu/T’à sciuta bona. L’impiego del dialetto salentino nel rap e nel
reggae modifica profondamente il modo di fare Hip Hop in Italia.
Il dialetto
non viene abbandonato, ma trasformato in una lingua “tecnologica”, capace di
esprimere la strada, la protesta, la marginalità, la festa e l’identità
territoriale.
Nella fase
precedente Dj War aveva fondato a Lecce i Subnoise, formazione nella quale
erano presenti anche Gopher D e Paparicky. L’esperienza salentina si intreccia
quindi con la scena bolognese, con l’Isola Posse All Stars e successivamente
con i Sangue Misto.
Prima metà degli anni Novanta – Dal Salento alla scena
nazionale
Durante gli
anni Novanta il reggae e l’Hip Hop, nati nei centri sociali e nelle strade,
diventano fenomeni nazionali.
Dj War
collega questa esplosione anche al movimento studentesco della Pantera. La
musica non rappresenta soltanto il momento della festa, ma diventa uno
strumento di protesta e di comunicazione politica.
Secondo
Federico Capone, il Sud Sound System realizza una sintesi originale: ritmi di
origine afroamericana, dialetto salentino, cultura locale e immediatezza
comunicativa del rap.
1995 – Uagnunéra di Gino Ingrosso
Nel 1995
Gino Ingrosso pubblica l’album Uagnunéra, realizzato utilizzando le più
moderne tecniche di registrazione disponibili in quel periodo.
L’opera
rappresenta un ulteriore passaggio della canzone dialettale dalla dimensione
artigianale e locale verso una produzione musicale tecnologicamente più
avanzata.
16 maggio 1997 – La morte di Bruno Petrachi
Bruno
Petrachi muore il 16 maggio 1997, a soli 54 anni, dopo una breve e grave
malattia.
Il giorno
successivo Antonio Bartolomucci lo ricorda sul Quotidiano di Lecce come
“il menestrello che cantò la bella Lecce”. Bartolomucci rievoca le sue
esibizioni per i salentini emigrati a Milano, la fisarmonica, le
improvvisazioni e le canzoni dedicate a San Cataldo, Frigole, alle donne, al
calcio e ai personaggi popolari.
Per Federico
Capone, Bruno Petrachi è il maggiore stornellatore leccese: l’artista capace di
collegare l’antica improvvisazione orale con la moderna canzone urbana.
1998 – Le canzoni di Ingrosso diventano musica
classica
Nel 1998 le
musiche e le canzoni dialettali di Gino Ingrosso vengono eseguite in chiave
classica dall’Associazione musicale Rossellini di Castrì, diretta dalla
pianista Irene Galasso, con il soprano Doriana De Giorgi e alcuni giovani
musicisti del Conservatorio “Tito Schipa”.
L’avvenimento
mostra il passaggio della musica dialettale da genere considerato minore a
repertorio meritevole di elaborazione e interpretazione colta.
Seconda metà degli anni Novanta – La world music
Dalla metà
degli anni Novanta, secondo lo schema proposto da Federico Capone, inizia una
quarta fase: quella della musica etnica contaminata o world music.
La musica
salentina si apre a ritmi, strumenti e artisti provenienti da altre culture. La
componente musicale tende a prevalere sui testi e il dialetto perde parte della
sua centralità.
Capone pone
una domanda ancora aperta: la contaminazione conduce alla perdita delle radici
oppure permette alla musica salentina di essere riconosciuta nel mondo?
Fine degli anni Novanta – La nascita della Notte della
Taranta
Alla fine
degli anni Novanta nasce il festival della Notte della Taranta. Il progetto
porta la pizzica su grandi palcoscenici e la mette in relazione con musicisti e
linguaggi provenienti da altre tradizioni.
Per Federico
Capone la manifestazione appartiene a un processo già avviato dalla canzone
dialettale d’autore e dal reggae-hip hop. La contaminazione non nasce quindi
con la Notte della Taranta, ma rappresenta l’ultima fase di una trasformazione
iniziata molti anni prima.
2002 – La quinta edizione della Notte della Taranta
In occasione
della serata finale della quinta edizione della Notte della Taranta, svoltasi a
Melpignano nel 2002, Federico Capone scrive l’articolo La morte della
Taranta.
L’autore
riconosce alla manifestazione il carattere sperimentale e la capacità di
mettere in relazione la musica salentina con civiltà apparentemente lontane.
Contesta però l’idea che la pizzica rappresenti da sola tutta la musica del
Salento.
Capone
ricorda l’esistenza della canzone folk urbana, del reggae-hip hop, del jazz e
delle precedenti esperienze di contaminazione. Il suo timore è che la
spettacolarizzazione finisca per mettere in ombra la pluralità della cultura
musicale salentina.
2003 – Robba de smuju e la pubblicazione di Lecce
che suona
Nel 2003
viene pubblicato Robba de smuju di Uccio Aloisi. Federico Capone accosta
gli stornelli presenti nel disco a quelli registrati da Bruno Petrachi negli
anni Ottanta, individuando nell’improvvisazione un legame diretto tra la musica
rurale e la musica contemporanea.
Nel novembre
dello stesso anno viene stampato Lecce che suona. Appunti di musica
salentina di Federico Capone.
Il volume
propone una periodizzazione in quattro grandi generi:
- la musica antica, gli
strambotti, le serenate, la pizzica e la tarantella, dalle origini agli
anni Settanta;
- la musica folk e la canzone
dialettale d’autore, dalla fine degli anni Sessanta e Settanta ai primi
anni Novanta;
- il reggae-hip hop in dialetto
salentino, dalla fine degli anni Ottanta;
- la world music, dalla metà
degli anni Novanta.
Il filo che
unisce queste diverse stagioni, secondo Federico Capone, è l’improvvisazione:
quella dei cantastorie medievali, degli stornellatori, di Bruno Petrachi, dei
cantori contadini, dei musicisti folk e infine dei rapper salentini.
La storia
della musica salentina appare così non come il ritorno immobile di un’unica
tradizione, ma come un continuo movimento: dalla campagna alla città, dalla
memoria orale al disco, dal dialetto rurale al dialetto tecnologico, dal
Salento all’Italia e infine al mondo.

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