Il profumo dei cefali


 Il profumo dei cefali

Ciao Nino,

ieri sera ho cucinato il pesce per tutti, nella mia casa. C’erano Massimiliano, Azzurra e Riccardo, arrivati a Lecce da Polignano, dove erano andati per il matrimonio della testimone di nozze di Azzurra. Delia aveva preparato ogni cosa con quella cura silenziosa che non domanda di essere notata, ma senza la quale una casa rimane soltanto un insieme di stanze.

Quando ci siamo seduti a tavola, ho avuto la certezza che quella cena fosse già accaduta molti anni prima, in via IV Novembre, a casa tua. Allora Maria pensava alle pizze e tu ai cefali, e noi arrivavamo convinti di trascorrere una sera qualunque, senza sapere che quelle sere stavano diventando la parte indimenticabile della nostra vita.

Abbiamo parlato fino alle due del mattino. Il tempo, dopo una certa ora, smise di andare avanti e cominciò a girare intorno alla tavola. Tu eri lì. C’era Carlo Drames, c’era la trasmissione dedicata alla poesia, c’era la radio di San Cesario e c’era il Gruppo Amici per l’Arte. Le voci di allora si mescolavano a quelle di ieri, senza che nessuno riuscisse più a distinguere i vivi dai ricordi.


Massimiliano ci ha raccontato dei suoi amici nel mondo dell’arte e dello spettacolo. Ha parlato di musica, di recitazione e di relazioni umane. Io gli ho raccontato che oggi la mia vita consiste nel piacere di fare quello che viene fuori, senza costringerlo e senza sapere prima dove mi porterà: proprio come accadeva davanti al microfono della radio o durante gli incontri del Gruppo Amici per l’Arte, quando una parola ne chiamava un’altra e la serata finiva sempre in un luogo diverso da quello immaginato.

Nel marzo del 1985 tornai dal servizio militare per cominciare la mia esperienza lavorativa. Tu, Maria, Dario e Massimiliano, invece, partiste per seguire il lavoro. Fu così che la vita, con la sua maniera distratta di separare le persone, ci mise sopra strade differenti senza riuscire davvero ad allontanarci.

Venimmo a trovarti con Vittorio e Angelica, portando con noi Sara, che allora era così piccola da sembrare ancora indecisa se appartenere a questo mondo oppure al luogo misterioso dal quale arrivano i bambini. Tornammo un’altra volta per accompagnare Angelica da te, mentre noi proseguimmo verso la Sicilia. Credevamo di attraversare soltanto città e chilometri; invece stavamo attraversando gli anni.

Ieri sera anche Maria è tornata a sedersi con noi attraverso una videochiamata. Il suo volto era racchiuso nel piccolo schermo, ma la sua voce riempiva la stanza come allora. Tu, invece, non avevi bisogno di alcun telefono. Eri lì di persona, con la tua discrezione, seduto nel posto che nessuno aveva occupato e che tuttavia non era rimasto vuoto.

Quando gli altri sono andati via e la casa è tornata silenziosa, ho riordinato lentamente la tavola. Erano passate le due del mattino, ma il tempo continuava a girarci intorno. Ho chiuso gli occhi e ho sentito ancora il profumo del tuo arrosto.

Allora ho capito che alcune persone non se ne vanno. Cambiano soltanto il modo di arrivare: un tempo aprivano la porta, adesso entrano attraverso un profumo. E basta una cena, Nino, perché tornino a casa.

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