La Notte della Taranta e la tradizione reinventata

 


La Notte della Taranta e la tradizione reinventata

Dal tarantismo storico alla costruzione contemporanea di un’identità salentina

C’è una domanda che raramente ci poniamo quando, nelle sere d’agosto, migliaia di persone si ritrovano nelle piazze del Salento e, soprattutto, davanti al grande palco di Melpignano: che cosa stiamo realmente celebrando quando celebriamo la Notte della Taranta?

La risposta apparentemente più semplice è anche quella storicamente meno precisa: staremmo celebrando un’antichissima tradizione della provincia di Lecce, sopravvissuta nei secoli e giunta fino a noi attraverso la pizzica.

Ma tarantismo, pizzica e Notte della Taranta non sono la stessa cosa. E soprattutto il tarantismo non può essere considerato una tradizione originariamente ed esclusivamente appartenente alla provincia di Lecce.

La realtà che emerge dagli studi antropologici, storici ed etnomusicologici è assai più interessante. La provincia di Lecce è stata certamente uno dei territori fondamentali del tarantismo e, nel Novecento, è diventata il luogo simbolicamente più importante della sua memoria. Ma il fenomeno storico appartiene a una geografia molto più vasta. La Notte della Taranta, invece, è realmente una creazione leccese: non perché il tarantismo sia nato qui, ma perché qui, alla fine del Novecento, si è realizzata una formidabile operazione di patrimonializzazione, attraverso la quale alcuni elementi di una cultura tradizionale molto più complessa sono stati selezionati, reinterpretati e trasformati in un potente simbolo identitario contemporaneo.

È precisamente questa distinzione che occorre indagare.


Prima distinzione: tarantismo, pizzica e Notte della Taranta

Per comprendere il fenomeno bisogna innanzitutto separare tre realtà che nel linguaggio comune tendono ormai a sovrapporsi.

Il tarantismo fu un fenomeno storico, religioso, simbolico, sociale e terapeutico attestato per secoli nell’Italia meridionale e con particolare intensità in Puglia. La persona colpita da una crisi attribuita simbolicamente al morso della taranta veniva sottoposta a un complesso rituale nel quale intervenivano musica, danza, colori, immagini religiose, ritmi e relazioni comunitarie.

La pizzica appartiene invece a un insieme di forme musicali e coreutiche della cultura popolare salentina. Non ogni pizzica aveva funzione terapeutica e non ogni occasione nella quale si ballava la pizzica aveva qualcosa a che vedere con il tarantismo. Esistevano forme sociali e festive della danza accanto agli specifici repertori impiegati nei rituali.

La Notte della Taranta, infine, appartiene a tutt’altra epoca. Nasce nel 1998 come progetto culturale contemporaneo della Grecìa Salentina e trova nel Concertone di Melpignano il suo momento culminante.

È dunque necessario evitare un’equazione tanto suggestiva quanto inesatta:

tarantismo = taranta = pizzica = Notte della Taranta = antica tradizione della provincia di Lecce.

La storia è più complessa.


Una storia molto più antica dei confini della provincia di Lecce

Esiste innanzitutto un problema geografico.

Attribuire il tarantismo alla provincia di Lecce significa proiettare sul passato una delimitazione amministrativa moderna. I fenomeni culturali tradizionali non rispettavano certamente i confini provinciali nei quali oggi suddividiamo il territorio.

Persino il concetto di Salento non coincide storicamente e geograficamente con la sola provincia di Lecce. La penisola salentina comprende territori che oggi appartengono anche alle province di Brindisi e Taranto.

Ma c’è di più.

Le testimonianze sul tarantismo precedono di molti secoli la costruzione dell’identità salentina contemporanea.

La stessa Fondazione La Notte della Taranta, nella propria ricostruzione storica, parla esplicitamente del fenomeno del tarantismo «in Puglia», attribuendogli una durata plurisecolare.

Una delle testimonianze più antiche viene fatta risalire al XIV secolo, nel Sertum papale de venenis, nel quale sono già descritti elementi che diventeranno caratteristici della fenomenologia del tarantismo: il morso, la musica, il movimento del corpo.

Non siamo quindi davanti alla storia di una danza nata in qualche paese dell’attuale provincia di Lecce e successivamente diffusasi altrove.

Siamo davanti a un fenomeno culturale meridionale e soprattutto pugliese, sviluppatosi nel corso di secoli attraverso forme, interpretazioni e manifestazioni differenti.


Taranto è dentro la storia della taranta

Persino la terminologia ci invita alla prudenza.

Il campo lessicale costituito da Taranto, tarantola, taranta, tarantismo, tarantella possiede una storia complessa, ma certamente impedisce di circoscrivere l’origine del fenomeno all’attuale provincia di Lecce.

Questo non autorizza l’errore opposto: sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che il tarantismo sia esclusivamente “tarantino” perché il suo nome rimanda a Taranto.

La questione scientificamente rilevante è un’altra.

La geografia storica del tarantismo è incompatibile con qualsiasi pretesa di esclusività leccese.

Il fenomeno attraversa una parte assai più vasta dell’Italia meridionale e trova in Puglia una delle sue manifestazioni più persistenti e documentate.

La provincia di Lecce costituisce pertanto uno dei territori del tarantismo, non necessariamente il territorio originario ed esclusivo del tarantismo.

È una differenza sostanziale.


Ernesto de Martino e l’equivoco di Galatina

Perché allora il tarantismo è diventato, nell’immaginario contemporaneo, così profondamente salentino e soprattutto leccese?

Una parte decisiva della risposta porta a Ernesto de Martino.

Nel giugno del 1959 de Martino giunse nel Salento alla guida di un’équipe interdisciplinare composta da studiosi di differenti discipline. Da quella ricerca sarebbe nato nel 1961 uno dei classici dell’antropologia italiana: La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud.

La terra del rimorso – scheda bibliografica

Galatina rappresentava un osservatorio straordinario perché nella cappella di San Paolo convergevano, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, persone coinvolte nel fenomeno del tarantismo.

Le fotografie di Franco Pinna, le registrazioni musicali di Diego Carpitella, le osservazioni dell’équipe e soprattutto il libro di de Martino contribuirono a fissare per sempre alcune immagini nella memoria culturale italiana.

Ma qui può prodursi un errore logico.

Il fatto che de Martino abbia individuato nel Salento leccese uno straordinario campo etnografico non dimostra che il tarantismo sia nato nella provincia di Lecce.

Significa invece che lì, ancora nel 1959, erano osservabili manifestazioni particolarmente significative di un fenomeno molto più antico.

Il luogo privilegiato nel quale un fenomeno viene studiato non coincide necessariamente con il luogo nel quale quel fenomeno è nato.

È una distinzione elementare dal punto di vista storico, ma fondamentale per comprendere ciò che sarebbe accaduto alcuni decenni dopo.


Il tarantismo non era una festa

C’è poi un’altra differenza ancora più profonda tra il tarantismo storico e ciò che oggi viene celebrato.

Il tarantismo osservato dagli antropologi non era un grande rito collettivo di divertimento.

Non esisteva il Concertone.

Non esistevano centomila persone che si recavano insieme a celebrare festosamente la taranta.

Non esisteva il grande palco.

Non esisteva il maestro concertatore.

Non esisteva l’incontro programmato tra pizzica, rock, pop, jazz e world music.

Soprattutto, il tarantato non danzava necessariamente perché era felice di danzare.

Ed è proprio questo il punto sollevato dall’antropologo Eugenio Imbriani nell’intervista dalla quale siamo partiti:

«Il tarantismo non era gioia, ma sofferenza».

La crisi del tarantato costituiva un problema personale e familiare. Il rituale rappresentava una risposta culturalmente costruita a quella crisi.

Le famiglie chiamavano i musicisti. Il tarantato reagiva ai ritmi, ai colori, agli strumenti. Si cercava la musica adatta alla particolare taranta che simbolicamente lo aveva colpito. Il corpo entrava nel dispositivo terapeutico e rituale.

Per alcune famiglie tutto questo comportava anche costi economici considerevoli.

Il punto di partenza era dunque una condizione problematica.

Ed è esattamente qui che diventa interessante il confronto tra Imbriani e l’etnomusicologo Pierpaolo De Giorgi.


Sofferenza o rinascita? Un falso dilemma

De Giorgi contesta l’idea che il tarantismo possa essere spiegato soltanto attraverso la sofferenza.

La sua obiezione è importante: se la sofferenza rappresentava il punto di partenza, musica e danza costituivano la risposta rituale attraverso la quale quella sofferenza veniva elaborata.

Nel rituale potevano convivere quindi due poli apparentemente opposti:

dolore e liberazione, crisi e reintegrazione, prostrazione e movimento, morte simbolica e rinascita.

La differenza tra le due interpretazioni diventa allora più sottile.

Imbriani ci mette in guardia dal trasformare retrospettivamente la sofferenza dei tarantati in una gioiosa festa popolare.

De Giorgi ci mette in guardia dall’errore opposto: ridurre l’intero rituale alla sofferenza dimenticando che musica, danza e comunità costituivano proprio il tentativo di superarla.

Entrambe le prospettive diventano preziose per comprendere la distanza fra tarantismo storico e Notte della Taranta contemporanea.

Perché la società contemporanea non ha conservato integralmente quella struttura.

Ha selezionato soprattutto uno dei due poli.

Ha conservato la musica.

Ha conservato la danza.

Ha conservato la taranta come simbolo.

Ha valorizzato la liberazione, l’energia, la sensualità, la rinascita.

Ha invece progressivamente messo sullo sfondo la malattia, la miseria, il disagio sociale, la marginalità e il dolore.


La parola decisiva: patrimonializzazione

In antropologia esiste una parola particolarmente utile per spiegare questo processo:

patrimonializzazione.

Una comunità non eredita il proprio passato come si eredita un oggetto conservato dentro una cassaforte.

Ogni generazione sceglie il passato che vuole ricordare.

Seleziona.

Interpreta.

Dimentica.

Recupera.

Attribuisce nuovi significati.

Trasforma alcuni elementi del passato in simboli del presente.

È precisamente ciò che Imbriani evidenzia quando osserva che non tutto ciò che storicamente è accaduto diventa patrimonio: il presente seleziona nel passato ciò che considera significativo e utilizzabile.

La Notte della Taranta costituisce da questo punto di vista un caso straordinariamente interessante di heritage making, cioè di costruzione contemporanea di un patrimonio culturale.

Non è necessario definire tutto questo una falsificazione.

Sarebbe semplicistico.

Una tradizione reinterpretata non diventa automaticamente falsa.

Ma diventa qualcosa di diverso dalla pratica storica dalla quale proviene.

Ed è questa trasformazione che occorre dichiarare.


1998: nasce qualcosa che prima non esisteva

La data è essenziale.

La Notte della Taranta nasce nel 1998.

Non nel Settecento.

Non nell’Ottocento.

Non ai tempi dei nostri bisnonni.

Nel 1998.

La manifestazione nasce all’interno di un preciso contesto culturale e istituzionale della Grecìa Salentina e successivamente cresce fino a trasformare Melpignano nel luogo culminante di un festival capace di attirare un pubblico enorme.

Da questo momento avviene qualcosa di culturalmente potentissimo.

Una serie di elementi precedentemente distinti comincia a essere ricomposta dentro una nuova narrazione:

Salento – pizzica – taranta – tradizione – identità – festa – estate.

La musica tradizionale incontra arrangiamenti contemporanei.

Arrivano artisti italiani e internazionali.

Il repertorio viene adattato al grande palco.

Cambiano amplificazione, durata, strumentazione, pubblico, modalità della danza e contesto sociale.

Il rito domestico e comunitario diventa spettacolo.

La terapia simbolica diventa performance musicale.

La sofferenza individuale diventa festa collettiva.

Ed è proprio la Fondazione La Notte della Taranta a presentare oggi il progetto come incontro fra tradizione, ricerca, creatività e musiche del mondo.

Quindi il cambiamento non è un’accusa rivolta al festival.

È parte dichiarata della sua natura.


La provincia di Lecce non possiede il monopolio storico della taranta

Possiamo finalmente tornare alla domanda iniziale.

La Notte della Taranta celebra una tradizione della provincia di Lecce?

La risposta richiede due proposizioni apparentemente contraddittorie.

, perché la provincia di Lecce appartiene pienamente alla storia del tarantismo, della pizzica e delle culture musicali salentine. Galatina occupa un posto fondamentale nella storia novecentesca del fenomeno e la Grecìa Salentina possiede un patrimonio musicale e linguistico di eccezionale importanza.

No, se con questa affermazione intendiamo sostenere che il tarantismo sia nato come patrimonio esclusivo dell’attuale provincia di Lecce e che il Concertone costituisca la continuazione immutata di un'antica festa locale.

Questo non è ciò che emerge dalle fonti.

Il tarantismo possiede una geografia pugliese e meridionale, mentre persino il Salento storico-geografico supera i confini dell'attuale provincia leccese.

Dunque non è corretto dire:

«La taranta non appartiene a Lecce».

Ma non è corretto neppure dire:

«La taranta è un’antica tradizione esclusivamente leccese».

La formulazione scientificamente più sostenibile è:

Il territorio leccese appartiene pienamente alla storia del tarantismo, ma non ne possiede l’esclusiva storica né geografica.


Il grande paradosso: la cosa più autenticamente leccese è proprio la reinvenzione

Arriviamo così a un paradosso affascinante.

Forse ciò che di più specificamente leccese esiste nella Notte della Taranta non è il tarantismo antico, ma la sua reinterpretazione contemporanea.

Il Salento leccese è riuscito in pochi decenni a prendere un patrimonio frammentato, difficile, ambiguo e in parte doloroso e a trasformarlo in uno dei marchi culturali territoriali più riconoscibili d’Italia.

Questa operazione ha avuto conseguenze enormi.

Ha riportato repertori musicali tradizionali nelle piazze.

Ha avvicinato generazioni giovanissime alla musica popolare.

Ha creato lavoro culturale.

Ha generato turismo.

Ha contribuito alla riconoscibilità nazionale e internazionale del Salento.

Ha modificato persino la percezione che i salentini hanno di se stessi.

E proprio per questo merita di essere studiata come fenomeno contemporaneo, anziché avere bisogno della leggenda secondo cui tutto ciò sarebbe esistito nella stessa forma da centinaia di anni.

La grandezza culturale della Notte della Taranta non diminuisce riconoscendone la modernità.

Semmai aumenta.


La tradizione non è ciò che rimane immobile

In fondo, questa vicenda ci costringe a domandarci che cosa sia una tradizione.

Tendiamo a immaginarla come qualcosa che proviene intatto dal passato.

Ma le culture non funzionano così.

Le tradizioni vengono continuamente riprodotte, modificate, abbandonate, recuperate e reinterpretate.

Il problema nasce soltanto quando la reinterpretazione del presente viene retroproiettata nel passato, facendo credere che i nostri antenati vivessero quel fenomeno esattamente come lo viviamo noi.

Non era così.

Il tarantato del mondo contadino e il giovane che balla davanti al palco di Melpignano possono compiere movimenti apparentemente simili, ma abitano due universi simbolici radicalmente differenti.

Il primo poteva danzare perché dentro la propria cultura quella danza costituiva una risposta alla crisi.

Il secondo danza perché partecipa a una festa musicale e identitaria.

Il gesto può assomigliarsi.

Il significato è cambiato.

Ed è precisamente questo cambiamento a costituire uno degli oggetti più interessanti dell'antropologia contemporanea.


Conclusione: che cosa celebriamo, allora, a Melpignano?

A Melpignano non celebriamo semplicemente la sopravvivenza di un’antichissima festa della provincia di Lecce.

Celebriamo qualcosa di più complesso.

Celebriamo frammenti di antiche culture musicali salentine.

Celebriamo la memoria di un fenomeno rituale pugliese e meridionale molto più vasto degli attuali confini provinciali.

Celebriamo la pizzica, che possedeva funzioni differenti e non coincideva interamente con il tarantismo.

Celebriamo l'eredità delle ricerche di Ernesto de Martino e Diego Carpitella, anche se spesso il pubblico contemporaneo ne conosce poco il significato originario.

Ma soprattutto celebriamo una costruzione culturale nata alla fine del Novecento, attraverso la quale il Salento leccese ha scelto alcuni elementi del proprio passato e del più vasto patrimonio pugliese, li ha reinterpretati e li ha trasformati in una rappresentazione contemporanea di sé.

Perciò la conclusione apparentemente provocatoria diventa, alla luce delle fonti, assai meno provocatoria:

La Notte della Taranta non è la continuazione immutata di un’antica festa della provincia di Lecce. Il tarantismo storico non apparteneva esclusivamente al Leccese e non era la festa collettiva che oggi immaginiamo. La Notte della Taranta è invece una straordinaria invenzione culturale contemporanea nata nel Leccese: prende un patrimonio storico pugliese e salentino più vasto, ne seleziona soprattutto musica, danza e simbolismo della rinascita e costruisce con essi una nuova tradizione.

E forse la domanda più interessante non è più:

«La Notte della Taranta è una tradizione autenticamente leccese?»

La domanda diventa:

«Come ha fatto una società, nel giro di appena trent’anni, a trasformare la memoria di un fenomeno associato anche a sofferenza, marginalità e crisi in uno dei più potenti simboli di gioia, festa e identità del Salento contemporaneo?»

È qui, probabilmente, che comincia la parte più interessante della ricerca.

Riferimenti essenziali

Il riferimento imprescindibile rimane Ernesto de Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, 1961, insieme alla documentazione etnomusicologica di Diego Carpitella prodotta nell'ambito dell'indagine demartiniana. Per comprendere il passaggio dal fenomeno storico alla sua memoria contemporanea sono particolarmente importanti gli studi antropologici sul revival della pizzica, sulla patrimonializzazione e sulla costruzione dell'identità salentina. La ricostruzione storica proposta dalla stessa Fondazione La Notte della Taranta – Tarantismo riconosce la dimensione pugliese e plurisecolare del fenomeno. A queste fonti va affiancato il recente confronto fra Eugenio Imbriani, che richiama la sofferenza e la necessità di distinguere il fenomeno storico dalla sua patrimonializzazione, e Pierpaolo De Giorgi, che sottolinea invece la funzione trasformativa, rituale e reintegrativa di musica e danza.

Antonio Bruno Pietro

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