Humberto Maturana 27 Nov 1995, LA NATURA DEL TEMPO


LA NATURA DEL TEMPO
Humberto Maturana 27 Nov 1995


Non desidero affrontare tutti gli ambiti in cui entra la parola “tempo” come se questa si riferisse a un aspetto evidente del mondo o dei mondi in cui noi umani viviamo.
In verità proprio il fatto che il tempo può essere un tema di riflessione ci dimostra che ciò che la parola “tempo” connota cambia a seconda delle circostanze in cui viene utilizzata.
Questa situazione da sola, tuttavia, non sarebbe un problema perché, se avessimo accettato che il contesto definisce sempre il significato della parola, ci inviterebbe a riflessioni approfondite. Ma non lo facciamo, e ci chiediamo “che cosa è il tempo?” come pensando che la parola “tempo”, pur non avendone afferrato l’essenza finale, si riferisca a qualche entità indipendente o dimensione della natura che potrebbe essere correttamente svelata o descritta se ci impegnassimo abbastanza duramente.
Comunque ritengo che la domanda “che cosa è il tempo?” sia congrua perché implica fin dal principio l'opinione che il tempo possa essere correttamente trattato come una sorta di entità indipendente o dimensione della natura. E ritengo che tale visione sia completamente inadeguata perché penso che tutto ciò di cui noi esseri umani parliamo siano relazioni che emergono nel nostro operare nel linguaggio come ambito chiuso di coordinamenti consensuali ricorsive di comportamenti.
Consentitemi di spiegare quello che intendo con alcune parole sulla vita, il linguaggio e la conoscenza e quindi di rispondere alla domanda “quali distinzioni facciamo o evochiamo quando parliamo di tempo?”.

VIVERE

Il vivere ha luogo nell'adesso, nel momento in cui avviene. Il vivere è una dinamica che scompare mentre si svolge. Il vivere si svolge nel non-tempo, senza passato o futuro. Passato, presente e futuro sono idee che noi esseri umani, noi osservatori, inventiamo quando spieghiamo i nostri accadimenti nell'adesso.
Inventiamo il passato come “l'origine dell'adesso, dell’ora”,del presente, e inventiamo il futuro come una dimensione che emerge come estrapolazione delle caratteristiche del nostro vivere ora, adesso, nel presente.
Come il passato, il presente e il futuro, sono invenzioni per spiegare la nostra vita adesso, ora, il tempo è inventato come sfondo in cui passato, presente e futuro possano svolgersi.
Ma la vita, il vivere, si svolge adesso, ora, come flusso di processi di cambiamento.
Dire questo, naturalmente, è un modo di spiegare l'esperienza dell'essere adesso, ora nel momento in cui ci troviamo mentre chiediamo spiegazione della nostra vita, del tempo...

LINGUAGGIO

Ho sostenuto, e penso illustrato in altre pubblicazioni, che il linguaggio è un modo di fluire nel vivere insieme in coordinamenti consensuali di comportamento ricorsivi, e che linguaggiare consiste nell'operare in una rete di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una dinamica relazionale di coordinamenti consensuali di comportamenti strutturalmente aperta a infinite ricursioni.
Inoltre noi siamo, come sistemi viventi, sistemi strutturalmente determinati e nulla di esterno a noi può determinare o specificare cosa accade in noi. Pertanto gli agenti esterni che in qualsiasi istante ci colpiscono possano solo innescare in noi cambiamenti strutturali determinati in noi dalla nostra struttura in quell' istante. Di conseguenza, tutto ciò che facciamo in qualsiasi istante emerge in noi determinata dalla nostra struttura in quell'istante o come risultato della nostra interna dinamica strutturale chiusa, oppure come risultato della modulazione di tale dinamica strutturale interna attivata in noi dalle interazioni che partecipiamo.
In queste circostanze dovremmo dire che siamo costituzionalmente "ciechi" alle caratteristiche intrinseche dell’ambiente come realtà indipendente, se parlare delle caratteristiche intrinseche di una realtà indipendente avesse alcun senso.
Questa situazione ha le seguenti conseguenze fondamentali per la comprensione di ciò che facciamo e di ciò che accade in noi come esseri linguaggianti.

a) Il linguaggio come modalità di fluire in coordinamenti ricorsive consensuali di comportamento, è un modo di vivere nei coordinamenti del fare, non un modo di simbolizzare le caratteristiche di una realtà indipendente. Cioè linguaggiare è una maniera di vivere facendo le cose insieme nel particolare dominio del fare consensuale in cui il linguaggio si sviluppa attraverso il flusso delle interazioni dei partecipanti.
Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio, e quando linguaggiamo non possiamo dire nulla al di fuori del linguaggio.

b) Il modo in cui partecipiamo al flusso del linguaggio in qualsiasi istante emerge come risultato delle nostre interazioni in quell’istante conformemente alla nostra struttura in quell’istante. Così ciò che facciamo nel linguaggio in qualsiasi momento è determinato dalla nostra struttura in quel momento, indipendentemente dal modo in cui siamo diventati con tale struttura in quel momento.

c) Il risultato principale delle nostre interazioni ricorsive nel linguaggio è che la nostra struttura cambia in modo condizionato dal corso del nostro linguaggiare nel flusso di quelle interazioni. Cioè noi acquisiamo la nostra struttura momento dopo momento conformemente al corso del nostro linguaggiare, e linguaggiamo momento dopo momento conformemente alla nostra struttura in quel momento.

d) Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio; cioè noi siamo il tipo di esseri che siamo quando operiamo nel linguaggio e emergiamo nel nostro linguaggiare nel flusso dei nostri ricorsivi coordinamenti consensuali di ricorsivi coordinamenti consensuali di comportamento. O, in altre parole, noi esistiamo nella dinamiche chiusa del linguaggiare e tutto ciò che facciamo come esseri umani si svolge nel nostro linguaggiare come un flusso di consensuali coordinamenti di consensuali coordinamenti di comportamento.
Così tutto ciò che diciamo o possiamo dire, tutto ciò che noi possiamo distinguere quando facciamo ciò che facciamo come osservatori (come esseri umani linguaggianti), ha luogo come un'operazione all’interno di coordinamenti consensuali di comportamenti senza fare alcun riferimento a qualsiasi cosa al di fuori del nostro linguaggiare. Sia che agiamo come comuni esseri umani, filosofi, biologi, artisti o qualsiasi altra cosa, nello stesso.

e) Gli oggetti nascono con il linguaggio come consensuali coordinamenti di comportamenti che coordinano i comportamenti.
Come coordinamenti consensuali di comportamenti, i coordinamenti dei comportamenti che costituiscono gli oggetti operano come simboli di coordinamenti di comportamenti e come tali occultano i comportamenti che coordinano.
Inoltre, nel coordinamento ricorsivo consensuale dei coordinamenti consensuali del comportamento del flusso del linguaggio, molte proprietà degli oggetti emergono come differenti generi di operazioni nei coordinamenti del comportamento diventati simboli di coordinamenti del fare in diversi ambiti di coordinamenti consensuali del fare.

f) Idee, concetti, nozioni,... costituiscono domini degli oggetti che emergono come astrazioni da altre proprietà di oggetti, e danno luogo a proprietà di coordinamenti del fare che definiscono o che sono definiti attraverso di essi. Come i diversi tipi di oggetti corrispondono a diverse operazioni di coordinamenti di comportamenti, gli oggetti astratti (idee, concetti, nozioni) costituiscono le basi per i sistemi astratti che portano i coordinamenti di comportamenti nel dominio di coordinamenti consensuali dei comportamenti di cui essi sono astrazioni.

Nella nostra cultura viviamo la nostra esistenza nel linguaggio come se il linguaggio fosse un sistema simbolico per riferirsi a entità di diversi tipo che esistono indipendentemente da ciò che facciamo, e trattiamo anche noi stessi come se esistessimo al di fuori del linguaggio come entità indipendenti che utilizzano il linguaggio. Tempo, materia, energia,... sarebbero alcune di queste entità. Tale atteggiamento ci induce a comportarci come se potessimo caratterizzare tali entità nei termini della loro natura indipendente intrinseca. Io sostengo che questo non possa essere fatto perché appena diciamo qualcosa l'effetto che produciamo ha luogo in un dominio linguistico come un'operazione in coordinamenti ricorsivi consensuali di comportamento.

COGNIZIONE

La principale conseguenza della nostra esistenza nel linguaggio è che non possiamo parlare di ciò che è al di fuori di esso, nemmeno immaginare qualcosa al di fuori del linguaggio in modo abbia qualche senso al di fuori di esso. Possiamo immaginare qualcosa come se esistesse al di fuori del linguaggio, ma appena tentiamo di fare riferimento ad esso, esso emerge nel linguaggio caratterizzato dagli elementi, concetti e nozioni che emergono attraverso ciò che facciamo nel nostro linguaggiare.
Non esiste nulla nella vita dell'uomo al di fuori del linguaggio perché la vita umana si svolge nel linguaggio, e anche se noi possiamo immaginare una realtà indipendente, obiettiva, quello che immaginiamo non è indipendente dal nostro linguaggiare. Infatti, appena riflettiamo su questa questione diventa evidente che la nozione di realtà è un'assunzione esplicativa che noi umani abbiamo inventato per spiegare che cosa distinguiamo come nostre esperienze negli accadimenti della nostra vita come se essa esistesse indipendentemente da ciò che facciamo.

Mi riferisco a questa situazione dicendo che se anche noi possiamo affermare che una realtà indipendente sembra necessaria per motivi epistemologici per spiegare le esperienze umane, non possiamo dire nulla su di essa. Nemmeno la nozione di una realtà indipendente ha alcun senso al di fuori del linguaggio e se un tale concetto fosse adottato sarebbe irrilevante, o sarebbe utilizzato come un principio esplicativo a priori. Ma allo stesso tempo, è evidente che non avere accesso a qualcosa che potrebbe correttamente essere chiamato una realtà indipendente non è una limitazione per la nostra vita o per il nostro fare poiché nulla di ciò che facciamo nel flusso del coordinamento consensuale di comportamenti in cui esistiamo richiede il concetto o la supposizione che c'è una realtà indipendente. Realtà, la nozione di realtà, è un'assunzione esplicativa adottata come un principio esplicativo preso come auto evidente. Se una persona non è consapevole di questo, come accade nella nostra cultura, o se non vuole seguire pienamente le implicazioni di tale consapevolezza, come accade nei vari rami della nostra tradizione filosofica occidentale, tratterà la nozione di realtà come se si riferisse a un dominio di entità indipendenti (di qualsiasi tipo) che esiste in modo indipendente da ciò che fa l'osservatore.

Eppure, se comprendiamo il linguaggio nella consapevolezza che come sistemi viventi siamo sistemi dalla struttura determinata e scegliamo di seguire le conseguenze di tale consapevolezza, possiamo diventare consapevoli di diverse condizioni di base che altrimenti non vediamo.

a) Quando ci rendiamo conto che la realtà è un concetto esplicativo o una assunzione, noi abbandoniamo la credenza in essa come un dominio di entità che esistono indipendentemente da ciò che un osservatore fa e diventiamo consapevoli del fatto che ciò che effettivamente facciamo quando spieghiamo le nostre esperienze è utilizzare le nostre esperienze per spiegare le nostre esperienze.
Cioè diventiamo consapevoli che quando spieghiamo utilizziamo la coerenze delle nostre esperienze per proporre un meccanismo (un meccanismo generativo) che, se autorizzato ad operare, genererebbe nell'osservatore l'esperienza di essere spiegato.

b) Diventiamo consapevoli del fatto che ci sono tanti ambiti di spiegazioni quanti ambiti di coerenze esperenziali che noi umani possiamo vivere. Allo stesso tempo, diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale si riferisce alle regolarità delle coerenze delle nostre esperienze, e che noi operiamo nella nostra vita in tanti ambiti di determinismo strutturale quanti ambiti di coerenze esperenziali che viviamo nel flusso delle nostre esperienze.

c) Diventiamo consapevoli che non sperimentiamo le cose come caratteristiche di un mondo indipendente, ma, come ho detto sopra, quello che distinguiamo come accadente a noi mentre operiamo nel linguaggio avendo cura di ciò che ci accade quando viviamo. Allo stesso tempo diventiamo consapevoli che quando le esperienze ci accadono, ci accadono fuori dal nulla, da nessun dove, o con l’agio di viverle come parte di un dominio conosciuto di coerenze esperenziali, oppure sorprendendoci perché sembrano aver luogo fuori dalla coerenza delle altre esperienze conosciute.
In quest’ultimo caso vogliamo spiegarle e le spiegheremo facendo di tali esperienze parte di un ambito già noto di esperienze, altrimenti resteremo spaventati fino a quando non lo avremo fatto.

d) Quando diventiamo consapevoli che ci troviamo già a vivere ciò che distinguiamo come accadente a noi, noi lo distinguiamo, e questa nostra esperienza emerge dal nulla, ci accorgiamo di come spieghiamo la nostra esperienza con le coerenze delle nostre esperienze. Cioè diventiamo consapevoli che tutte le nostre spiegazioni hanno luogo in un dominio chiuso, e che la realtà e gli altri concetti esplicativi sono assunzioni a priori che non hanno luogo fuori dagli ambiti esplicativi in cui esistiamo come esseri parlanti.

e) Diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale non è un’assunzione rispetto ad una realtà indipendente, ma che è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza. Inoltre diventiamo consapevoli che poiché il determinismo strutturale è un’astrazione delle regolarità della nostra esperienza noi possiamo usare il determinismo strutturale per spiegare le nostre esperienze con le coerenze delle nostre esperienze.
Infine diventiamo anche consapevoli che viviamo tanti domini di determinismo strutturale quanti domini di coerenze esperenziali, e ogni dominio esplicativo è di fatto un dominio di determinismo strutturale.

In queste circostanze, cos’è “conoscere”? Da quel che ho detto, conoscere non può riferirsi ad una realtà indipendente dal momento che è qualcosa che noi come esseri linguaggianti non possiamo fare.
Eppure se badiamo a quel che facciamo nella vita quotidiana e tecnica, noteremo che affermiamo di conoscere, o che altri esseri conoscono, quando vediamo che noi o altri esseri si comportano adeguatamente in qualche ambito che noi specifichiamo con un argomento, e lo fanno in accordo con alcuni criteri che noi poniamo per cosa sia un comportamento adeguato in quell’ambito. La conoscenza è una relazione interpersonale nell’ambito di coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti.
O, in altre parole, la conoscenza è qualcosa che attribuiamo a noi o ad altri quando consideriamo adeguato il nostro o l’altrui comportamento in un ambito specifico, e spesso attribuiamo la conoscenza per fare qualcosa insieme in alcuni ambiti di coordinamenti di comportamenti. Se non siamo consapevoli di questa situazione, agiamo trattando la conoscenza come una maniera di riferirsi a entità che si assume esistano realmente, cioè in un ambito di entità che esistono indipendentemente da quello che noi esseri umani facciamo. In queste circostanze la ricerca della conoscenza diventa una ricerca senza fine della cosa in sé.

Questa conoscenza non è, e non può essere, una maniera di riferirsi ad un dominio di entità che esistono con indipendenza da quello che gli umani come esseri linguaggianti fanno, non è una limitazione o un’insufficienza nel dominio della conoscenza, è una caratteristica costitutiva del fenomeno della conoscenza.
Infatti questa conoscenza dovrebbe essere una maniera di vivere insieme in coordinamenti consensuali di coordinamenti consensuali di comportamenti, in una condizione che fa della conoscenza un dominio sempre aperto alle trasformazioni, e la vita umana aperta a continue trasformazioni attraverso la conoscenza come esperienze emerse nella vita umana dal nulla (chaos).
In queste circostanze, cosa dire sul tempo?


LA NATURA DEL TEMPO

Noi apparteniamo ad una cultura, soprattutto e particolarmente nei domini della scienza della filosofia e della tecnologia, che vive nell’esplicita o implicita accettazione di un qualche genere di realtà indipendente come ultimo riferimento per tutte le spiegazioni.
Questo atteggiamento permea il nostro modo di porre domande e di ascoltare le risposte.
Così nella nostra cultura quando domandiamo cos’è il tempo, ci aspettiamo una risposta nella forma di un riferimento a qualche tipo di entità indipendente, con l’implicito intendimento che tale riferimento darà validità universale alla nostra risposta.
Secondo quanto ho detto nessun riferimento può essere fatto, e non a causa di una limitazione nella nostra capacità di conoscere, ma come caratteristica della natura del fenomeno della cognizione.

Perciò ciò che noi connotiamo con la parola tempo non può essere una cosa in sé.
Nella nostra cultura la nozione di tempo è usata come nozione esplicativa o principio nello stesso modo in cui viene usata il concetto di realtà.
Ma se noi siamo consapevoli di questa situazione e se siamo consapevoli che la parola tempo non può essere riferita a un’ entità che esiste indipendentemente da ciò che facciamo, dobbiamo porre la nostra domanda in modo diverso da come noi la poniamo quando nella vita quotidiana o tecnica usiamo la parola tempo. Quali caratteristiche di coerenza delle nostre esperienze connotiamo o astraiamo quanto utilizziamo la parola tempo?
a) Noi usiamo l’esperienza per spiegare l’esperienza. Spiegare il tempo, perciò, è un’operazione che dovrò eseguire attraverso l’elemento del dominio delle nostre esperienze. Di conseguenza dovrò utilizzare le caratteristiche della nostra esperienza quotidiana, e non nozioni esterne ad essa, per spigare o descrivere ciò che io penso che facciamo quando usiamo la parola tempo. L’esperienza è la nostra condizione di partenza sia per porre la domanda sia per rispondere. Così dovrò partire dal trovare noi stessi che facciamo qualcosa e dalla capacità di fare tutto quello che noi facciamo quotidianamente o nella vita tecnica.
L’esperienza non è il nostro problema quando vogliamo spiegare quello che facciamo, spiegare questo è il nostro compito.
Similmente il problema non è l’uso della parola tempo o qualsiasi altra parola nella vita quotidiana, ma spiegare o svelare quello che facciamo quando le usiamo, o come noi le viviamo.

b) Io sostengo che la parola tempo connoti un’astrazione dell’accadere di processi in sequenze come noi li distinguiamo nelle coerenze delle nostre esperienze. Come noi distinguiamo le sequenze di processi, così distinguiamo anche la simultaneità di processi come una caratteristica delle nostre coerenze esperienziali che connotiamo con l’espressione “nello stesso tempo”. Una tale astrazione è resa possibile soprattutto poiché nell’attività del nostro sistema nervoso le sequenze di attività sono distinte come configurazione di relazioni di attività sulla superficie delle cellule nervose al momento della generazione degli impulsi nervosi. Come risultato quello che dalla prospettiva di un osservatore è un’operazione nel tempo, nella distinzione del tempo come un’astrazione di un processo appare come un’operazione nel presente.

c) Al momento dell’astrazione della relazione sequenziale che da origine a quella distinzione che chiamiamo tempo, il tempo emerge nell’ esperienza dell’osservatore con direzionalità ed irreversibilità. Perfino nel caso in cui noi distinguiamo processi ciclicamente reversibili, noi facciamo questa distinzione nel contesto di irreversibilità direzionale del tempo che permette la distinzione della sequenza processuale e il suo inverso come configurazione di un processo che noi chiamiamo tempo reversibile. Così il tempo reversibile è un’astrazione di una particolare esperienza irreversibile e direzionale.

d) Una volta che il tempo è emerso come una distinzione nel dominio delle esperienze di un osservatore diventa un’entità operativa che nella nostra cultura appare come se avesse indipendenza da ciò che l’osservatore fa. E questo avviene poiché una volta che il tempo è emerso può essere usato dall’osservatore (da ciascuno di noi in quanto esseri linguaggianti) nella sua riflessione sulle regolarità delle sue esperienze proprio perché emerge come un’astrazione delle regolarità delle sue esperienze.
Con la nozione di tempo, perciò, succede la stessa cosa che con la nozione di determinismo strutturale che è anch’essa un’ astrazione dalle regolarità delle esperienze dell’osservatore, che può essere utilizzata per trattare di regolarità delle coerenze dell’osservatore proprio perché esso emerge come un’astrazione di esse.

e) Ritengo che quanto ho detto sia valido per ogni dominio compreso, ovviamente, la fisica. Il dominio della fisica emerge come un dominio esplicativo di alcuni tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore attraverso l’uso di certi tipi di coerenze esperienziali dell’osservatore. Così la fisica non è un dominio primario di esistenza, ma è un dominio particolare di spiegazioni di un particolare dominio di coerenze esperienziali di un osservatore. Le nozioni teoriche sono astrazioni delle coerenze esperenziali di un osservatore in certi domini, o almeno sono intese così. Data questa condizione, le teorie sono operativamente valide solo nel dominio in cui esse si applicano come astrazioni.

f) Il tempo unidirezionale e il tempo reversibile emergono come nozioni teoriche in fisica come astrazioni che l’osservatore fa delle sue coerenze sperimentali e che denota con le parole tempo e reversibilità. Come nozioni astratte il tempo unidirezionale e il tempo reversibile possono essere trattati come entità che hanno efficacia operativa nel dominio esperenziale del quale esse sono astrazioni. Questo appare ovvio. Ciò che non è così ovvio, tuttavia, è che spesso dimentichiamo che il tempo unidirezionale e il tempo reversibile sono in realtà astrazioni delle coerenze esperenziali dell’osservatore, come ho indicato prima. In quest’ ultimo caso noi trattiamo il tempo unidirezionale e il tempo reversibile come entità esistenti indipendentemente da ciò che facciamo in quanto osservatori, o come se fossero riflessi o rappresentazioni di tali entità indipendenti, e così noi generiamo conflitti concettuali e operativi. Quando ciò avviene non vediamo nemmeno che le formulazioni matematiche nelle proposizioni astratte emergono solamente come valide nelle loro coerenze in quanto astrazioni delle coerenze delle esperienze che rappresentano.

Poiché la nozione di tempo è stata generata come astrazione delle nostre esperienze di sequenze di processi nelle molteplici dimensioni e forme dell’esistenza umana, questa nozione viene generata in relazione alla molteplicità di forme nelle quali viviamo. Di conseguenza ci sono tante forme di tempo quante sono le forme di astrazione delle regolarità delle esperienze di processi e sequenze di processi. Così noi parliamo di tempo veloce e lento, di passare il tempo, di perdere tempo, di avere o non avere tempo, di coincidenza nel tempo, di reti di tempo, di simultaneità,… in molti ambiti di esperienze, e in tutti i casi noi ci riferiamo allo stesso tipo di astrazione nel dominio di sequenze di processi. In realtà ogni dominio ha una sua propria dinamica temporale così come ha una sua propria dinamica processuale. La consapevolezza che la nozione di tempo emerge come astrazione dalle coerenze delle esperienze dell’osservatore che usa come nozione esplicativa non è un problema. Ciò che diventa un problema a lungo andare è l’inconsapevole adozione della nozione di tempo come principio esplicativo che è accettato come contenuto certo dandogli uno status ontologico trascendentale.

CONCLUSIONE

Ho risposto alla domanda “quale distinzione connotiamo quando parliamo del tempo?” mostrando
1)      che noi non connotiamo e non possiamo connotare un’entità o dimensione naturale che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo in quanto osservatori umani;
2)      e 2) mostrando che noi usiamo nella vita quotidiana la parola tempo per indicare o per connotare un’ astrazione delle nostra esperienze di successione di processi.
In altre parole ho mostrato che la nascita della nozione di tempo in qualsiasi dominio si fonda sulla biologia dell’osservatore, non nel dominio della fisica che è un dominio di spiegazioni di un particolare tipo di coerenze esperenziali dell’osservatore.
Inoltre in questo processo ho anche mostrato che appena il tempo emerge come principale astrazione del flusso di esperienze dell’osservatore, esso emerge con direzionalità e irreversibilità, e che il tempo reversibile sorge solo come una collaterale e ulteriore astrazione delle esperienze dell’osservatore che è possibile solo in un dominio di tempo unidirezionale e irreversibile. infine sostengo che la nozione di tempo viene frequentemente usata come un principio esplicativo che gli conferisce uno status ontologico trascendentale.

L’osservatore non è un’entità fisica, l’osservatore è una maniera di operare degli esseri umani nel linguaggio. E’ attraverso le operazioni dell’osservatore che emergono tutti i domini cognitivi, compreso il dominio dell’osservazione. La fisica è la modalità con cui l’osservatore spiega attraverso la coerenza della sua esperienza un particolare dominio di esperienze che è denotato con il termine fisica.
In realtà l’osservatore stesso emerge come entità di cui noi osservatori possiamo parlare attraverso l’operazione dell’osservatore che costituisce il fondamento di tutto quello che noi umani facciamo.
Senza dubbio noi ci comportiamo nella nostra vita come se vivessimo in un mondo che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo, e che noi chiamiamo realtà.
Ed è soprattutto per questo che ci domandiamo come conosciamo la realtà, o il tempo, come se ci riferissimo proprio a qualcosa che esiste indipendentemente da ciò che facciamo. Il mio intento è stato diverso. La mia domanda non riguarda la realtà del tempo, o di ogni altro tipo di entità, come se la sua esistenza indipendente potesse essere presa per garantita. La mia domanda riguarda le esperienze o le operazioni che noi facciamo come osservatori quando usiamo differenti nozioni, concetti o parole che implicano distinzioni di entità o caratteristiche di un mondo indipendente.

L’esperienza che noi distinguiamo come accaduta a noi non è mai un problema a meno che non ci accusiamo l’un l’altro di mentire. È la spiegazione dell’esperienza che costituisce un problema come fonte di conflitti. L’esperienza emerge spontaneamente letteralmente dal nulla, oppure, se vogliamo, dal caos, dal dominio sul quale non possiamo dire nulla che non nasca dalle coerenze della nostra esperienza. Ciò che dico è valido per ogni dominio di esperienze, sia questo la vita, la fisica, la fisica quantistica, le relazioni umane … Tutti questi differenti domini di esperienza sono domini esperenziali vissuti come domini di spiegazioni delle nostre esperienze attraverso le nostre esperienze. Ma le nostre esperienze non sono disordinate, esse nascono coerentemente in quanto nascono in noi dal niente. Così noi esistiamo in questa meravigliosa situazione esperienziale nella quale noi, in quanto osservatori che esistono nel presente, siamo la sorgente di ogni cosa, pesino di ciò che possiamo trattare nelle coerenze delle nostre esperienze come osservatori, come entità che attraverso la loro operazione danno vita all’operazione dell’osservare e di spiegare i loro accadimenti all’interno di un dominio chiuso di spiegazioni.
La grande tentazione è di trasformare l’astrazione delle coerenze che distinguiamo delle nostre esperienze con nozioni come realtà, esistenza, ragione, spazio, coscienza.. oppure tempo, in principi esplicativi.

The nature of time, Humberto Maturana, 1995


  1. 1. THE NATURE OF TIME Humberto R. Maturana Maturana, H. R. (1995). The nature of time. Chilean School of Biology of Cognition. Edited by Instituto de Terapia Cognitiva; Biology of Cognition Instituto de Terapia Cognitiva Post-Rationalist Web Page: http://www.inteco.cl/biology/nature.htm Santiago de Chile, November 27, 1995.
  2. 2. ABSTRACT I do not wish to deal with all the domains in which the word time enters as if it were referring to an obvious aspect of the world or worlds that we human live. Indeed, the very fact that time can be made an issue of reflection shows us that what the word time connotes changes with the circumstances in which it is used. This situation alone, however, would not constitute a problem inviting us to enter in deep reflections if we just accepted that the context defined the meaning of the word in each case. But we do not do that, and we ask the question what is time? as if we thought that the word time referred to some independent entity or dimension of nature that could be properly disclosed or described if we tried hard enough, even if we could not the final essence of it. I consider, however, that the question what is time? is adequate because it implies from the start the view that time can be properly treated as some kind of independent entity or dimension of nature. And I consider that such a view is fully inadequate because I think that all that we human beings talk about are relations that arises in our operation in language as a closed domain of recursive consensual coordinations of behaviors. Let me explain what I say with a few words about living, language, and cognition , and then answer the question what distinctions do we make or connote when we talk of time? LIVING Living takes place in the now, in the moment in which it is taking place. Living is a dynamics that disappears as it takes place. Living takes place in no time, without past or future. Past, present and future are notions that we human beings, we observers, invent as we explain our ocurrence in the now. We invent past as a source of the now or present, and we invent future as a dimension that arises as an extrapolation of the features of our living now, in the present. As past, present and future, are invented to explain our living now, time is invented as a background in which past, present and future can take place. But life, living, takes place as now, as a flow of changing processes. To say this, of course, is a manner of explaining the experience being now in which we find ourselves as we ask for the explanation of our living, of time . . . LANGUAGE I have maintained, and I think shown, in other publications, that language is a manner of flowing in living together in recursive consensual coordinations of behavior, and that languaging consists in operating in a network of consensual coordinations of consensual coordinations of behaviors, in a relational dynamics of consensual coordi- nations of behaviors that is constitutively open to endless recursions. Moreover, we
  3. 3. are, as living systems, structure determined systems, and nothing external to us can determine or specify what happens in us. So, the external agents that at any instant impinge upon us can only trigger in us structural changes determined in us by our structure at that instant. As a result, all that we do at any instant arises in us determined in us by our structure in that instant, either as a result of our closed internal structural dynamics, or as a result of the modulation of that internal structural dynamics by the structural changes triggered in us by the interactions in which we participate. In these circumstances, we would have to say that we are constitutively “blind” to the intrinsic features of the medium as an independent reality, if to speak about the intrinsic features of an independent reality had any sense. This situation has the following basic consequences for understanding what we do and what happens in us as languaging beings. a) Languaging as a manner of flowing in recursive consensual coordinations of behavior, is a manner of living in coordinations of doings, not a manner of symbolizing the features of an independent reality. That is, languaging is a manner of living in doing things together in the particular domain of consensual doings in which the languaging is taking place through the flow of the interactions of the participants. We human beings exist in language, and as we language we can say nothing outside language. b) The way that we participate in the flow of languaging at any instant arises as a result of our interactions at that instant according to our structure at that instant. So, what we do in language at any moment is determined by our structure at that moment regardless of how we became with that structure at that moment. c) The main result of our recursive interactions in language is that our structure changes in manner contingent to the course of our languaging in the flow of those interactions. That is, we become in our structure moment after moment according to the course of our languaging, and we language moment after moment according to our structure at that moment. d) We human beings exist in language; that is we are the kind of beings that we are as we operate in language and we arise in our languaging in the flow of our recursive consensual coordiantions of consensual coordinations of behaviors. Or, in other words, we exist in a close dynamics of languaging and everything that we do as humans takes place in our languaging as a flow of consensual coordinations of consensual coordinations of behavior. So, all that we say or may say, all that we may distinguish as we do what we do as observers (as human languaging beings), takes place as an operation in consensual coordinations of behaviors without making any reference to any thing outside our languaging. Whether we act as ordinary humans, philosophers, biologists, psysicists, artists, or what ever, in the same. e) Objects arise with language as consensual coordinations of behaviors that coordinate behaviors. As consensual coordinations of behaviors the coordinations of behaviors that constitute the objects operate as tokens for coordinations of behaviors,
  4. 4. and as such obscure the behaviors that they coordinate. Furthermore, in the recursive consensual coordination of consensual coordinations of behavior of the flow of languaging, many domains of objects arise as different kinds of operations in coordinations of behavior become tokens for coordinations of doings in different domains of consensual coordinations of doings. f) Ideas, concepts, notions, . . . constitute domains of objects that arise as abstractions from other domains of objects, and give rise to domains of coordinations of doings that they define or are defined through them. As the different kinds of objects correspond to different operations of coordinations of behaviors, abstract objects (ideas, concepts, notions) constitute the fundament for theoretical systems that bring forth coordinations of behaviors in the domains of consensual coordinations of behaviors from which they are abstractions. In our culture we live our existing in language as if language were a symbolic system for referring to entities of different kinds that exist independently from what we do, and we treat even ourselves as if we existed outside language as independent entities that use language. Time, matter, energy, . . . would be some of those entities. Such attitude leads us to act as if we could characterize those entities in terms of their instrinsic independent nature, which I claim cannot be done because as soon as we say anything, what we bring about takes place in a domain of languaging as an operation in recursive consensual coordinations of behavior. COGNITION The main consequence of our existing in language is that we cannot speak about what is outside it, not even imagine something outside language in a way that would make any sense outside it. We can imagine something as if it existed outside language, but as we attempt ot refer to it, it arises in language characterized with the elements, concepts, and notions that arise through what we do in our languaging. Nothing exists in human life outside language because human life takes place in language, and although we may imagine an independent, objective reality, that which we imagine is not independent from our languaging. Indeed, as we reflect about this matter it becomes apparent that the notion of reality is an explanatory assumption that we human have invented to explain what we distinguish as our experiences in the happening of our living as if it existed independently of what we do. I refer to this situation by saying that although we may claim that an independent reality seems necessary for epistemological reasons to explain human experiences, we can say nothing about it. Not even the notion of an indepndent reality has any sense outside languaging, and if such a notion were adopted would either be irrelevant, or be used as an explanatory a priori principle. But at the same time, it is apparent that not to have access to something that could be properly called an independent reality is not a limitation for our living or doings since nothing that we
  5. 5. do in the flow of the consensual coordination of behavior in which we exist requires the notion or assumption that there is an independent reality. Reality, the notion or reality, is an explanatory assumption adopted as an explanatory principle taken as self-evident. If one is not aware of this, as happens in our culture, or if one is not willing to follow fully the implications of such awareness, as happens in various branches of our occidental philosophical tradition, one treats the notion of reality as referring to a domain of independent entities (of any kind) that would exist with independence of what the observer does. Yet, if through understanding language in the awareness that as living systems we are structure determined systems, we chose to follow the consequences of such awareness. we may become aware of several basic conditions which otherwise we do not see. a) As we become aware that reality is an explanatory notion or assumption, we release the belief in it as a domain of entities that exist with independence of what an observer does, and we become aware that what we indeed do as we explain our experiences is to use our experiences to explain our experiences. That is, we become aware that as we propose an explanation we use the coherences of our experiences to propose a mechanism (a generative mechanisms) that if allowed to operate would generate in the observer the experience to be explained. b) We become aware that there are as many domains of explanations as domains of experiential coherences we human may live. At the same time, we become aware that the notion of structural determinism refers to the regularities of the coherences of our experiences, and that we operate in our life in as many domains of structural determinism as a domains of experiential coherences we live in the flow of our experiences. c) We become aware that we do not experience things as features of an independent world, and that as we speak of experience we refer, as I said above, to that which we distinguish as happening to us as we operate in language attending to what happens to us as we live. At the same time, we become aware that as experiences happen to us, they happen to us out of nothing, out of nowhere, in a manner that we live in the comfort of living them as part of a known domain of experiential coherences, or in a manner that surprises us because they seem to take place outside the coherences of our other known experiences. If the latter is the case we may want to explain them, and we shall explain them when we make those experiences part of an already known domain of experiences, otherwise we shall remain in awe until we do so. d) As we become aware that we find ourselves already living that which we distinguish as happening to us we distinguish it, and that our experience arises out of nowhere, we become aware that as we explain our experience with the coherences of our experiences. That is, we become aware that all our explanations take place in a closed domain, and that reality and other explanatory notions are a priori assumptions that do not take out of the explanatory domains in which we exist as languaging beings.
  6. 6. e) We become aware that the notion of structural determinism is not an assumption about an independent reality, but that it is an abstraction of the regularities of our experiences. Moreover, we become aware that, it is because structural determinism is an abstraction of the regularities of our experiences that we can use structural determinism to explain our experiences with the coherences of our experiences. Finally, we also become aware that we live as many domains of structural determinism as domains of experiential coherences we live, and every domain of explanation is indeed a domain of structural determinism. In these circumstances, what is it to know? From what I have said, to know cannot be to make reference to an independent reality since that is something that we as languaging beings cannot do. Yet, if we attend at what we do in our daily and technical life, we may notice that we claim that we know, or that some other being knows, when we see that we or the other being behaves adquately in some domain that we specify with a question, and does so according to some criterion that we put for what is adequate behavior in that domain. Knowledge is an interpersonal relation in the domain of consensual coordinations of consensual coordinations of behaviors. Or, in other words, knowledge is something that we atribute to ourselves or to some other when we see what we consider adequate behavior in a particular domain in ourselves or in the other, and we frequently use the attribution of knowledge for doing something together in some domain of coordinations of behaviors. If we are not aware of this situation, we act treating knowledge as a manner of referring to entities that are assumed to exist in reality, that is, in a domain of entities that exist with independence of what we human beings do. In these circumstances the search for knowledge becomes a never ending quest of the thing in itself. That knowledge is not, and cannot be a manner of referring to a domain of entities that exist with independence of what we humans do as languaging beings, is not a limitation or insufficiency in the domain of knowledge, it is a constitutive feature of the phenomenon of knowledge. In fact, that knowledge should be a manner of living together in consensual coordinations of consensual coordinations of behaviors, is the condition that makes knowledge a domain always open to transformation, and human life open to continuous transformation through knowledge as experiences arise in human life from nothing (chaos). In these circumstances, what about time? THE NATURE OF TIME We belong to a culture that lives mostly, and particularly in the domains of science, philosophy and technology, in the explicit or implicit acceptance of some kind of independent reality as the ultimate reference for all explanations. This attitude permeates our manner of asking question and our listening for answers. Thus, in our culture as we ask the question what is time, we expect an answer with the form of a reference to some kind of independent entity, in the implicit understanding that such
  7. 7. reference will give universal validity to our answer. According to what I have said that reference cannot be done, not due to a limitation in our capacity for knowing, but as a feature of the nature of the phenomenon of cognition. Therefore, that which we connote with the word time cannot be a thing in itself. In our culture the notion of time is used as an explanatory notion or principle in the same way that the notion of reality is used. But if we are aware of this situation, and we are aware that the word time cannot refer to an entity that exists independently of what we do, we must ask our questions differently as we ask about to that which we connote in daily and technical life when we use the word time. What features of the coherences of our experiences do we connote or abstract as we use the word time? a) We use experience to explain experience. Explaining time, therefore, is an operation that I shall perform with element of the domain of our experiences. Accordingly I shall use features of our daily experience, not notions external to it, as I explain or describe what I think that we do as we use the word time. Experience is our starting condition both to ask question and to answer them. Thus, I shall start from finding ourselves doing and in the capacity of doing all that we do daily or thecnical life. Experience is not our problem as we want to explain what we do, explaining it is our task. Similarly, the use of the word time or any other word in daily life is not the problem, but to explain or reveal what we do as we use them, or how we live them is. b) I maintain that the word time connotes an abstraction of the occurence of processes in sequences as we distinguish them in the coherences of our experiences. As we distinguish sequences of processes, we also distinguish simultaneity of processes as a feature of our experiential coherences that we connotes with the expression “at the same time”. Such an abstraction is made possible in the first place, because in the operation of our nervous system sequences of activities are distinguished as configuration of relations of activities on the surface of the nerve cells in the generation of the nerve impulses. As a result that which from the perspective of an observer is an operation in time, in the distinction of time as an abstraction of a process appear as an operation in the present. c) At the moment of the abstraction of the relation of sequence in the distinction that we call time, time arises in the experience of the observer with directionality and irreversibility. Even in the case in which we distinguish cyclical reversible processes, we make such a distinction in the context of the directional irreversibility of time that permits the distinction of the sequence process and its reverse as a process configuration that we call reversible time. So, reversible time is an abstraction of a particular irreversible and directional experience. d) Once time arises as a distinction in the domain of the experiences of the observer it becomes an operational entity that in our culture appears as having independence from what the observer does. An this is so because once time has arisen it can be used by the observer (any one of us as a languaging being) in his or her reflections on the
  8. 8. regularities of his or her experiences precisely because it arises as an abstraction of the regularities of his or her experiences. With the notion of time, therefore, happens the same as with the notion of structural determinism that is also an abstraction from the regularities of the experiences of the observer, which can be use to deal with the regularities of the coherencees of the observer precisely because it arises as an abstraction from them. e) I consider that what I have said is valid in any domain, including, of course, physics. The domain of physics arises as a domain of explanations of certain kinds of experiential coherences of the observer through the use of certain kinds of expe- riential coherences of the observer. So, physics is not a primary domain of existence, it is a particular domain of explanations of a particular domain of experiential coherences of the observer. Theoretical notions are abstractions of the experiential coherences of the observer in some domain, or at least are intended to be so. Due to that condition, theories are operationally effective only in the domain where they apply as such abstractions. f) Unidirectional time and reversible time arise as theoretical notions in physics as abstractions that the observer makes of his or her experiential coherences and that he or she denotes with the words time and reversibility. As theoretical notions unidirec- tional time and reversible time can be handled as entities that have operational effectiveness in the experiential domain from which they are abstractions. That seems obvious. What is not so obvious, however, is that we frequently forget that unidirec- tional time and reversible time are indeed abstractions of the experiential coherences of the observer as I have indicated above. When the latter happens, we treat unidi- rectional time and reversible time as if they were entities that exist independently from what we do as observer, or as if they were reflections or representations of such independent entities, and we generate conceptual and operational conflicts. When the latter happens we do not even see that mathematical formulations in theoretical propositions arise only as effective in their coherences as the abstraction of the coherences of the experiences that they represent. As the notion of time has been generated as an abstraction of our experiences of sequences of processes in the many dimensions and forms of our human existence, it has been generated in relation to the multiplicity of forms in which we live. As a result there are as many forms of time as forms of abstracting the regularities of the experiences of processes and sequences of processes. Thus we speak of fast and slow time, passing time, letting time pass, having or not having time, time coincidence, networks of time, simultaneity, . . . in many different fields of experiences, and in all cases we refer to the same kind of abstraction in the domain of sequences of processes. Indeed, each domain has its own time dynamics as it has its own process dynamics. The awarenes that the notion of time arises as an abstraction from the coherences of the experiences of the observer that he or she uses as an explanatory notion is not a problem. What becomes a problem in the long run, is the unaware
  9. 9. adoption of the notion of time as an explanatory principle that is accepted as a matter of course giving to it a trascendental ontological status. FINALLY I have answered the question what distinctions we connote when we talk of time? by showing: 1), that we do not and cannot connote an entity or natural dimension that exists with independence of what we do as observers (humans); and 2), by showing that we use in daily life the word time to indicate or to connote an abstraction of our experiences of the succession of processes. In other words, I have shown that the foundations of the notion of time in any domain rests on the biology of the observer, not on the domain of physics which is a domain of explanations of a particular kind of experiential coherences of the observer. Furthermore, in this process I have also shown that as time arises as a primary abstraction of the flow of experiences of the observer, it arises with directionality and irreversibility, and that reversible time arises only as a secondary further abstraction of the experiences of the observer that is possible only in a domain of unidirectional and irreversible time. Finally, I claim that the notion of time is frequently used as an explanatory principle giving to it a trascendental ontological status. The observer is not a physical entity, the observer is a manner of operation of human beings in language. It is through the operation of the observer that all domains of cognition arise, even the domain of observing. Physics is the manner through which the observer explains with the coherences of his or her experiences a particular domain of experiences that is connoted with the word physics. Indeed, the observer itself arises as an entity of which we observers may talk through the operation of the observer constituting the fundament for all that we humans do. No doubt we behave in our living as if we lived in a world that existed with independence of what we do, and that we call reality. And it is basically for this that we may ask about how do we know reality, or time, as if we were properly referring to something that exists independent from what we do. My concern has been different. My question is not about reality of time, or any other kind of entity, as if its independent existence could be taken for granted. My question is and has been here about the experiences or operations that we do as observers when we use different notions, concepts or words as implying distinctions of entities or features of an independent world. Experience, that which we distinguish as happening to us is never a problem unless we accuse each other of lying. It is the explanation of experience, what constitutes a problem as a source of conflict. Experience arises spontaneously literally out of nothing, or, if we wish, from chaos, from a domain about which we can say nothing which does not arise from the coherences of our experiences. This that I say is valid for any domain of experiences, be this life, physics, quantum physics, human relations, . . . All these different domains of experiences are experiential domains
  10. 10. lived as domains of explanations of our experiences with our experiences. But our experiences are not disordered, they arise coherent as the arise in us from nothingness. So, we exist in this wonderful experiential situation in which we as observers that exist in the present, are the source of everything, even of that which we may treat in the coherences of our experiences as observers as entities that through their operation give rise to the operation of observing and the explainig of their occurrence in a closed domain of explanations. The great temptation is to transform the abstractions of the coherences of our experiences that we distinguish with notions such as reality, existence, reason, space consciousness ... or time, into explanatory principles. REFERENCES Humberto R. Maturana, 1982 Erkennen: die Organisation und Verkörperung von Wirklichkeit. Vieweg Verlag. Humberto R. Maturana, 1991. Reality: the search for objectivity or the quest for a compelling argument. In: "Die Gedankenwelt Sir Karl Poppers". Edited by: Norbert Leser; Josef Seitfert; and Klaus Plitzner. Carl Winter, Universitätsverlag. Heidelberg 1991. Humberto R. Maturana, 1990. Wissenschaft und Altagesleben: die Ontologie der wissenschaftlichen Erklärung. In: "Selbstorganisation Aspekte einer wissenschaftlichen Revolution" Eidted by: Wolfang Kröhn und Gunther Küppers. Vieweg & Verlag, Wiesbaden.

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