Di come fu che i Duchi Guarini di San Cesario di Lecce persero il Palazzo


Finalmente nel 1626 dopo tante peripezie il Palazzo Ducale era pronto.
Don Giambattista e Don Marco Aurelio avevano organizzato una grande festa e tutta la nobiltà leccese sarebbe intervenuta all’inaugurazione nella splendida cornice del Salone di rappresentanza.
Il loro antenato Prospero Guarini Barone di San Cesario aveva progettato quel Palazzo, l’aveva voluto fortemente ma non poté vederlo finito. Aveva completato l’opera suo nipote Domenico che con tutta la famiglia si accingeva a inaugurare quella splendida residenza. Domenico si era dedicato con passione al completamento dell’edificio trascurando non poco l’amata Napoli che lo vide presente poche volte.
Don Giambattista passava l’estate a San Cesario di Lecce, amava quel clima mite e i colori abbaglianti. Nei pomeriggi si stendeva sotto il fico del parco del palazzo e ascoltava il suono assordante delle cicale, lui diceva che gli impedivano di cadere nella trappola dei ricordi.
A Napoli c’era stato l’incontro con Isabella, la nobildonna che gli aveva preso il cuore. Ma lui che aveva una predilezione per la musica si lasciò tentare dal ballo e cadde preda di Filomena, una ballerina che a Napoli faceva giare la testa ai giovani nobili .

Isabella venuta a sapere delle frequentazioni di Giambattista l’aveva allontanato e non rispose mai più ai biglietti pieni di passione che lui le faceva giungere grazie all’aiuto compiacente del cocchiere della nobile signora. Per questo andò via da Napoli verso la terra amica della penisola che si stende verso oriente, nel grande lago salato, al centro della quale una gemma era il suo possedimento San Cesario.
Un pomeriggio mentre si faceva invadere dall’assordante cicalio passò nei pressi del suo parco una leggiadra fanciulla. Era bruna di capelli, di altezza media e con gli occhi neri. Una carnagione che sembrava abbronzata e le fattezze di una donna fatta.
Giovambattista si alzò e si avvicinò alla strada per guardare meglio quel fiore di ragazza. Lei s’era accorta di essere osservata e aveva rallentato il passo, con lo sguardo seguiva i movimenti di quel giovin signore che sembrava tanto interessato a lei.
La ragazza era Cesaria, figlia del cerusico del paese e si stava recando da Domenica una suo compagna con la quale avrebbe cucito per tutto il tempo parlando  di chi sarebbe stato il suo amore, l’uomo che suo padre le avrebbe scelto come marito.
Fantasticavano da anni le due giovani per tutti i pomeriggi che passavano assieme a ricamare senza però riuscire a individuare nessuno dei conoscenti come un possibile compagno di vita.
Giovambattista uscì dal parco del Palazzo e seguì Cesaria sino alla casa di Domenica. Era tutte e due bellissime, baciate dal sole del Sud, donne vere, sprizzavano quel sentimento antico e sincero di gente che aveva sempre vissuto in povertà ma che aveva capito cosa davvero fosse importante.
Giovambattista sorrise a Cesaria… e lei ricambio.
Tornato a Palazzo disse tutto a Marco Aurelio che l’aveva raggiunto da Napoli per l’inaugurazione. Marco Aurelio viveva a Corte dai Borboni, ne era affascinano e voleva fare carriera nell’esercito.
Giovambattista che sino ad allora non aveva dimostrato interesse per nessuna donna, invece aveva tratto molta energia da questo incontro e parlo delle ragazze, di cui non sapeva ancora nulla, a Marco Auerelio.
I due incuriositi chiamarono Giovanni, il loro massaro di fiducia e chiesero notizie delle due ragazze. Giovanni era un uomo avanti negli anni e si interessava con devozione e serietà alla proprietà dei Guarini che gli era stata affidata in custodia per amministrarla.

Non sapeva molto del paese ma aveva una nipote giovane, figlia di sua figlia Jolanda che si chiamava Maria e che aveva più o meno l’età delle due ragazze di cui i giovani Guarini gli avevano parlato. Disse a Giovambattista e a Marco Aurelio che avrebbe chiesto notizie a sua nipote e che avrebbe fatto sapere loro al più presto ogni cosa.
Giovambattista convinse Marco Aurelio e i due andarono a spiare le due giovani donne.
Loro erano dietro alla porta aperta di casa e stavano ricamando. Quanta grazia nei movimenti delle loro mani che coloravano le bianche lenzuola. E chiacchieravano e ogni tanto sfuggiva loro una risata argentina che colorava tutta l’aria li intorno e metteva allegria, e dava energia a tutti quelli che le ascoltavano.
Che grazia in quelle giovani donne e che bellezza che traspariva dalle loro fattezze, anime belle del sud.
Giovambattista era come ipnotizzato, la bellezza di Cesaria gli aveva dato la vita, quella che aveva perso dopo essere stato respinto da donna Isabella. E tra se e se pensò:
“Come posso provare tanta passione per una sconosciuta? Come posso sentirmi così attratto da una donna che non appartiene alla nobiltà ma che per me adesso è la più nobile tra tutte le donne che io ho visto nella mia vita? Io ne sono rimasto folgorato. I suo occhi tuffati nei miei occhi, il suo volto impresso nel mio cuore e la mia mente che non può pensare ad altro. Nemmeno l’assordante canto delle cicale mi distrae dal desiderio che provo di vederla. Mi basta guardarla e …sono felice. E’ questo l’amore?”
E Cesaria anche lei guardava Giovambattista e pensava:

(Continua)

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