Don Luciano Forcignanò ha fatto rivivere la tradizione del pellegrinaggio a piedi


In memoria dell’esodo che colpì Roca a causa dell’invasione dei Turchi nella vicina Otranto, il terzo sabato di maggio i borgagnesi vanno in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Roca. La leggenda narra infatti che nel ‘500 gli abitanti di Roca si riversarono nell’entroterra fondando Roca Nuova. Il paesello fu successivamente abbandonato a causa della malaria. La popolazione si riversò, pertanto, nelle vicine Borgagne, Melendugno, Vernole e Calimera, dove gli abitanti, ancora oggi, vanno in pellegrinaggio a piedi in quella che ancora sentono come la loro città. Maggiori dettagli riguardo alle diverse leggende di Roca vengono trasmessi da un personaggio che con passione e perseveranza si interessa da sempre del recupero delle tradizioni e della cultura borgagnese; il dottor Innocenzio, medico generico di Borgagne che non si limita a raccontare dell’esodo. I suoi ricordi tornano infatti a una leggenda che viene tramandata di generazione in generazione, legata alla statua di Sant’Antonio. Si narra che anche gli abitanti di Carpignano Salentino andassero in pellegrinaggio a Roca ma che un giorno, colti da un diluvio, abbandonarono la statua di Sant’Antonio per cercare rifugio. Tornati a recuperarla, essa si “rifiutò” di sollevarsi da terra. Furono poi gli abitanti di Borgagne a riuscire a muoverla e a portarla nel loro paese. Dal quel momento Sant’Antonio divenne il santo protettore del paese, ed è per questo che tutti gli anni, in memoria dell’accaduto, la statua viene trasportata in spalla sino a Roca.
Fin qui la leggenda. La storia raccontata dal dottor Innocenzio, invece, ci dice che nei primi anni del 1970 la popolazione si era allontanata dalla tradizione per fare largo alla modernità. Il pellegrinaggio non si faceva più a piedi; la statua veniva piazzata su un camion addobbato, i fedeli raggiungevano il luogo di culto con le automobili. Non c’era più insomma nulla del pellegrinaggio tradizionale, e regnava il disordine. Era l’inizio della fine della tradizione. Così, 20 anni fa, Innocenzio decise di farsi promotore, insieme a un caro amico da poco scomparso, Bruno Maniglio, del recupero del rito originario. Fu il provvidenziale aiuto di Lucio Cetra, il “cowboy” della terra d’Otranto, il punto di svolta; si riuscì a convincere Don Luciano Forcignanò a ripristinare il pellegrinaggio a piedi, durante una cena che si teneva a casa di Lucio in occasione della partecipazione con i cavalli al presepe vivente. E così la statua di San’Antonio, oggi, viene trasportata in spalla di nuovo da tredici squadre di portatori. Il percorso è stato diviso in due tratti da tredici tappe, e l’anno scorso ogni tappa è stata segnata da una pietra miliare dedicata al santo. Per quest’anno è prevista una migliore organizzazione delle squadre di portatori vicino alla statua, per preservare il valore religioso e la devozione.
Il dottor Innocenzio è quindi assai soddisfatto dei risultati ottenuti: da quando la tradizione è stata riportata alle origini, la partecipazione dei fedeli è infatti andata sempre più aumentando. Molti borgagnesi che vivono lontano e i turisti partecipano all’evento religioso per venerare quella statua che dona la sensazione di camminare tra una distesa di ulivi incontaminati. Alla fine del viaggio si chiede una grazia alla Madonna di Roca.

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