Dissonanze del Palazzo Ducale di San Cesario di Lecce
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| Cartolina del 13 settembre 1908 indirizzata a Professore della Reale Scuola Normale di Lecce, purtroppo rovinata |
E' stato descritto il « volto » del più monumentale «
personaggio » di San Cesario « com'era » ai primi del novecento. Per
giustificare il titolo di questo capitolo occorre aggiungere, al « com'era »,
il « com'è », accennare cioè ai cambiamenti non dovuti all'ala del tempo
perché, per simili personaggi, cinquanta, sessant'anni non sono nulla; ma all'opera
degli uomini, i piccoli-grandi « padroni del vapore » che, per necessità, per
moda, per malinteso senso artistico ed estetico, si arrogano il diritto di «
cambiare i connotati » alle cose antiche, di propinar loro delle non richieste
« cure di bellezza ».
Per il nostro « personaggio », grazie a Dio, le cure di
bellezza si sono limitate a ben poco. Eccone un elenco incompleto compilato
nella speranza che possa essere letto da chi « sa », da chi « deve » e da chi «
può » rimediare.
— Bene: gli alberelli sempreverdi ed il Monumento ai Caduti
che abbelliscono Piazza Garibaldi, il Sagrato, la Via Russo, un tempo dominio incontrastato
del sole, della polvere e del vento; ma che limitano l'integra visione del
palazzo ed impediscono l'accensione dei tradizionali tredici falò (tridici
focare) la sera di San Cesario, d'inverno.
— Bene: i quattro piedestalli delle colonne del portale, un
tempo ridotti dai tarli a degli informi parallelepipedi, ed ora interamente rifatti.
— Bene: la abolizione della orribile custodia metallica per
linee telegrafiche e telefoniche che, anni fa, sfregiava come una sciabolata la
lesena centrale della facciata a lato della lapide di Garibaldi. Occorrerebbe completare
l'opera togliendo anche le mensole di sostegno delle linee elettriche e gli
altri spuntoni metallici.
Di fronte a questi lati positivi eccone alcuni negativi:
— La non necessaria trasformazione del lato inferiore
sinistro della facciata, con la obliterazione delle due antiche eleganti
finestre, per ricavare una discutibile simmetria col lato destro, cioè con la
porta della « Cappella Palatina » di San Giuseppe; porta che, in una fotografia
Alinari del 1912, risulta malamente trasformata a finestra: indice della
sconsacrazione della Cappellina.
Nella grande limetta dell'arco del portale fa brutta mostra
di se un'insegna ovale con la scritta « Palazzo Comunale » in torno al
democratico emblema della Repubblica Italiana. E' una contaminazione peggiore
di quella perpetrata a Sternatia ai danni del caratteristico portale del
Palazzo Comunale. Danno maggiore perché il portale di Sternatia non può
competere con quello di San Cesario.
In merito a questa « contaminazione » occorre fare alcune
considerazioni.
Gli stemmi, è noto, sono la trasposizione araldica degli
scudi militari, e come tali, possono avere forma circolare, ovale,
rettangolare, mistilinea (nel gotico e nel barocco), a punte, orecchiette ecc.;
ma sempre disegnati, dipinti, incisi, scolpiti e messi in opera « in piedi »,
cioè con l'asse maggiore verticale e mai «coricati » come è dato vedere sul bel
portale di San Cesario dove, lo stemma, così posto, sembra più un'insegna
d'osteria che un emblema civico. Si trascura qualsiasi esemplificazione in
proposito perché troppo ovvia.
Gli stemmi sono spesso « necessari » per distinguere, nel
mare magnum della edilizia cittadina, sia gli edifici pubblici civili e
militari che quelli religiosi di speciale destinazione (Chiese Cardinalizie e
Vescovili).
Sono quasi sempre « inutili » su edifici monumentali di
grande notorietà; come sarebbero detestabili se applicati, per esempio, a San Marco
a Venezia, al Duomo di Milano, a San Pietro, al Campidoglio, al Quirinale, a
Palazzo Farnese a Roma; come è assolutamente inutile la « tabella » applicata
sull'unico palazzo monumentale di San Cesario.
Qualora non si volesse proprio fare a meno di una
indicazione, si potrebbero mettere sull'architrave del portone, in dignitose
lettere in bronzo, la parola « MUNICIPIO » e, per carità, senza prendere a
modello quelle di Sternatia.
— Sempre nel portale, occorrerebbe togliere la schermatura
in legno che tampona la lunetta dell'arco, ne immiserisce la linea ed impedisce
la visione del gioco delle volte dell'androne, interessante ed originale quanto
la facciata del palazzo. Nella fotografia Alinari del 1912, detta schermatura
non c'era ed il portale si stagliava integro e libero in tutta la sua maestosa
bellezza. Ora i tempi sono cambiati e tutti sono diventati insofferenti del
caldo d'estate e del freddo d'inverno e del vento, il caro vento di Puglia «
ch'intender non lo può chi non lo prova ».
I Padri Coscritti di San Cesario, col lodevole intento di
proteggere e di proteggersi dalle intemperie, hanno escogitato il sistema di
tamponare l'arco. Avrebbero potuto ottenere lo stesso scopo con una lunetta
trasparente.
— Passando al primo piano c'è il problema delle « brache »
appiccicate alle statue. La... stoffa con cui, a suo tempo, furono confezionate
comincia a... tarlarsi. Lo stucco, meno durevole della non eccessivamente
longeva pietra leccese, si sta accartocciando e scrostando. Sarebbe questa
l'occasione propizia, ad Amministratori Comunali e Sovrintendenti ai Monumenti,
per riparare il torto fatto all'Arte dai loro predecessori e rimettere in
pristino l'armonia scultorica ed anatomica delle statue.
— Ancora più su, sempre confrontando la foto Alinari del
1912, di ben più importante rilievo è il problema della « sopraelevazione
abusiva che spunta sopra il cornicione. Sono appena tre filari di pietra e due
finestrelle che, malgrado abbiano l'aria di non volersi far notare, deturpano
la linea del palazzo. I solerti Edili Comunali avevano imboccato la strada
giusta demolendo l'ala destra aggiunta del palazzo; poi, forse per la legge dei
compensi, quel che hanno tolto a destra (ed hanno fatto bene), hanno aggiunto
in alto (ed hanno fatto male, malissimo).
Questo, almeno, è quanto è dato vedere da lontano con
interessamento ed espressione di viva nostalgica simpatia.
Tratto da Giulio Laudisa, Il Palazzo Ducale di San Cesario
di Lecce

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