indagini sulla « storia » del palazzo ducale di San Cesario di Lecce - Premessa
Come nei libri, nei rotocalchi, nella immensa pubblicistica
moderna, la parte illustrativa, pur facendo da padrone, ha bisogno di acconce didascalie;
così, le osservazioni iconografiche dei capitoli precedenti, debbono essere
integrate da alcune indagini sulla « storia » del palazzo ducale.
Indagini che, per gli animali, con brutto anglicismo,
vengono chiamate « pedigree »; per i comuni mortali: «ricerca della paternità
»; e per coloro che, come in questo caso, sono in predicato di nobiltà, si usa il
termine di « araldico risalire per li rami ».
Indagini quasi tutte di seconda mano perché basate su
appunti bibliografici desunti dai libri che man mano verranno annotati, ed ai
quali si lascia l'onore e l'onere della esattezza delle notizie. Di prima mano c'è
solo il compito, più o meno ortodosso, del loro coordinamento.
Indagini che non pretendono di « scoprire » nulla, ma che
sperano poter aprire, tra persone volenterose e preparate, una specie di «
caccia al tesoro » che valga a togliere il palazzo ducale dal novero dei «
figli d'ignoti », sorte comune a molti altri monumenti salentini, anche di maggior
mole e di più chiara fama del palazzo di San Cesario.
Le cause di questa pletora di « figli d'ignoti », in una
regione in cui l'onore e la morale familiari sono tenuti in gran conto, hanno
origini varie e complesse.
— Innanzi tutto, la grande quantità di monumenti civili e
religiosi, di vere opere d'arte sorte in poco spazio ed in poco tempo: il
Salento ed i centocinquant'anni dei secoli XVI-XVII e XVIII;
— poi, lo scarso interesse sempre dimostrato dagli eruditi
verso il « Barocco », che, per molti e per molto tempo, è stato sinonimo di
cattivo gusto, di ampollismo, di superfluo, di condannabile in ogni espressione
artistica.
Il magnifico ed originale barocco leccese ha subito la stessa
sorte, aggravata dalla strana tendenza anticampanilistica locale, e dalla
cattiva abitudine di tutte le « patrie » di questo mondo di non voler mai «creare
» la fama dei propri figli, ma di registrarle, sempre tardivamente, e solo dopo
la valorizzazione fattane altrove.
Di quando in quando, studiosi insigni, ricercatori preparati
e fortunati, riescono a dare a tali monumenti una più o meno documentata paternità;
ma, caso curioso, sulla loro scia, altrettanti eruditi si affannano a
confutare. Ed il gioco delle incertezze ricomincia avvincente, proprio come
nella pirandelliana altalena del « così è se vi pare ».
Giulio Laudisa, Il Palazzo Ducale di San Cesario

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